Modello Vancouver

Ambizione e voglia di rischiare: cosa ci manca per essere come loro

Sono stato a Vancouver una sola volta, nel 2005, ai tempi dei viaggi di fratellanza 

tra città olimpiche. E’ una città bellissima che mi è rimasta dentro, che non ho mai smesso di consigliare a chiunque voglia vedere e vivere un posto stupendo in Nord America al di fuori del classico circuito delle città più famose. 

Vidi una città estremamente dinamica e moderna, orientata al cittadino, ai valori ambientali e alle nuove tecnologie: non mi stupisco, dunque, nell’apprendere che oggi Vancouver è una città modello anche nell’utilizzo del digitale per aumentare la qualità di vita dei propri cittadini e mi vien da piangere se la confronto alla realtà torinese. 

 

Avete provato a pagare una multa online?  

Avete preso una multa e non siete l’amico di Paolo Giordana: avete mai provato a pagarla online sul sito della Soris? Acquistare dal vostro computer un biglietto 

della Sadem, che gestisce in esclusiva il tragitto Malpensa-Torino? E parlo di computer perché per Sadem una app per smartphone è di là da venire. Che succede se, come me, siete spesso in giro senza contanti e dovete acquistare un biglietto per un bus della GTT? Potrei continuare a lungo con innumerevoli esempi tragicomici che dimostrano quanto il settore pubblico e para-pubblico sia straordinariamente inadeguato a tenere minimamente questa città, ma diciamo 

pure tranquillamente questo Paese, in linea con il mondo che cambia sempre più velocemente. Per dire: a Londra da un paio di anni non uso più nemmeno la Oyster card per la metropolitana: basta passare la carta di credito contactless e via. Idem per pagare il treno per Gatwick. Distanze siderali che aumentano ogni giorno perché viviamo nella cosiddetta era esponenziale, dove grazie al software che ha invaso ogni aspetto della nostra vita nulla cresce più in maniera lineare come nel passato. Se su Amazon posso acquistare qualunque cosa toccando una volta sola lo schermo perché i vostri siti mi chiedono un quarto d’ora del mio tempo per una operazione banale? 

 

Sprechi di miliardi e servizi pessimi  

Lì fuori, nel mondo reale, si lavora duro su intelligenza artificiale, realtà virtuale, robotica, big data, auto elettriche che si guidano da sole, ma a Torino, per comprare un biglietto del pullman, faccio prima ad andare alla stazione che ad acquistarlo online. Poi leggo di 34 mila gare pubbliche negli ultimi 6 anni in tutta Italia per l’acquisto di pacchetti software, con sprechi per miliardi e servizi ovviamente pessimi. Tutto torna: il pesce puzza sempre dalla testa e se chi deve acquistare non sa cosa acquista, il risultato non sarà altro che siti che ricordano, per esperienza utente, quelli di inizio anni ’90, ma con costi, e bestemmie per i cittadini clienti, del 2017. Eppure basterebbe un po’ di buon senso: invece di pagare tantissimo consulenti incapaci quanto chi li assolda, perché non avviare un percorso virtuoso di public procurement con le nostre istituzioni universitarie? Ci sarà il modo di affidare qualche progetto sperimentale digitale agli studenti di ingegneria informatica, no? 

 

Per nessuna ragione al mondo potranno far peggio di chi ha fatto l’e-commerce alla Sadem, per dire di un caso eclatante tra i mille che potrei citare. 

Ogni anno, nelle nostre università si realizzano straordinari progetti di ricerca, molti dei quali generano brevetti che, per decenni, sono in massima parte finiti nei cassetti dei professori. Pensate a quante idee che avrebbero potuto migliorare il mondo, e la nostra economia, sono state buttate via, e ai costi diretti e indiretti sostenuti dal contribuente. Solo da poco vi è una attenzione al trasferimento tecnologico e speriamo che presto vi siano anche strumenti di investimento per rendere questo un settore fonte di lavoro e sviluppo. 

 

Se questi brevetti trovano investimenti per diventare impresa, queste imprese, subito dopo, necessitano di qualcuno che voglia sperimentare questi nuovi servizi 

e prodotti. E’ banale dirlo - lo è soprattutto nel 2017 - ma dovrebbe essere proprio il settore pubblico e para-pubblico il primo a ricoprire il ruolo di first mover, cosa 

che ovviamente non succede mai per mancanza di sensibilità da parte di questi soggetti, o perché gli incentivi non sono disegnati bene (anzi, sono disegnati al contrario), cosicché nessuno si prende la briga di essere innovatore in un ambiente ultra-conservatore, alla faccia dei vari assessorati all’innovazione. E se per caso qualcuno ci prova, è talmente attorniato da lacci e lacciuoli che non va da nessuna parte. Questo uccide potenzialità senza che nessuno se ne accorga. Creare imprese innovative da zero è difficile, sfiancante e incredibilmente rischioso: se il territorio in cui nascono - il primo mercato, in attesa di conquistare il mondo - non evidenzia alcun interesse nel supportarle è chiaro che per esse sarà ancora più dura perché è quasi impossibile vendere il tuo prodotto altrove se non sei riuscito nemmeno a testarlo gratuitamente a “casa tua”. 

 

Poi qualcuno un giorno si alza e dice: eh, ma queste startup faticano a crescere e a creare posti di lavoro. Ma va? Un esempio tra i tanti per chiarire la distanza tra istituzioni e mondo reale: Università e Politecnico generano ogni anno un bel numero di idee tecnologiche nel settore medicale e scienze della vita. Anziché concentrarci su come aiutarle ad emergere e diventare prodotti e imprese di successo, tutto il dibattito è stato per anni su come e dove fare la città della salute. Si parla di edilizia, insomma, non di creazione di valore competitivo a livello internazionale. In inglese si dice “how to miss the point” che tradurrei con “come prendere una bella cantonata”. 

 

La verità, per dirla con Gianluigi Ricuperati, è che Torino è passata dall’essere “una città che faceva invenzioni ad una che fa inventario” o almeno rischia di diventarlo. Alzi il dito chi conosce un rappresentante della nostra classe dirigente che ha chiaro dove dovrebbe essere posizionata Torino tra vent’anni e con quale strategia ottenere quel risultato. Io credo che la città dovrebbe accentuare il suo ruolo storico di città inventiva, e farne la principale fonte di reddito. Non sto parlando solo di startup tecnologiche in senso stretto. Qui nessuno dice che il modello di successo consiste nello scimmiottare la Silicon Valley in piccolo e in ritardo. No, dobbiamo voler innovare ciò che ci appartiene di più, ciò che conosciamo meglio e che il mondo si aspetta da noi. Cultura, cibo, turismo, design, alto artigianato, industria, salute: tutto può essere ripensato, migliorato e reso più competitivo 

grazie al software. 

 

Valorizziamo le risorse di Politecnico e Università  

Ho già detto più volte quanto sia stucchevole sentire gli scettici dell’innovazione, i campioni dell’esageruma nen, lamentarsi del fatto che Torino crea ma poi tutto se ne va. Ma magari! Nell’era digitale ciò che non va muore e noi dobbiamo fare un grande sforzo sistemico per diventare la città che crea e manda in circolo: è l’unico modo, oggi, perché qualcosa resti. Naturalmente, questo non lo si ottiene con i manager che non sanno nemmeno ordinare un sito web decente: servono menti brillanti e aperte e serve andarle a prendere laddove essere operano, siano esse in un’aula del Politecnico o di Agraria, o in capo al mondo. Apriamoci. Eliminiamo un po’ di rendite di posizione. Valorizziamo le nostre risorse umane. Proviamo ad attirarne dal mondo anziché lamentarci perché i nostri figli se ne vanno. 

Se riusciamo a realizzare questo disegno possiamo diventare rilevanti. Altrimenti, irrilevanti. 

 

Per realizzarlo ci vuole ambizione, propensione al rischio e un cambio (di marcia) nella classe dirigente. Non possiamo più permetterci manager che non solo non hanno un minimo di vision, ma non sanno nemmeno acquistare un pacchetto di software: non è più soltanto una faccenda di siti web imbarazzanti (praticamente tutti quelli del nostro settore pubblico e para-pubblico) ma un tema più profondo che va direttamente al nocciolo del problema: può, oggi, una qualunque attività economica, sociale, politica pensare di svolgere decentemente la propria funzione senza essere intimamente digitale?  

 


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