Modello Vancouver

La faccia gentile dell’America accoglie i cervelli in fuga da Trump

Il Canada è differente: non è gli Stati Uniti. Vista da fuori, ma in parte anche da dentro, la sua identità si definisce in primis in negativo. E il suo indice di gradimento cresce in modo esponenziale nelle stagioni in cui gli Usa mostrano il volto più duro, e il Canada, di converso, quello più mite. La sua immagine di questi tempi non potrebbe essere migliore, certifica l’apposita classifica globale (Reputation Index), che al Canada nel 2017 assegna la medaglia d’oro, mentre gli Stati Uniti crollano dal 28o al 38o posto.

È il riflesso di una stagione in cui Donald Trump a sud alza muri e Justin Trudeau a nord apre le porte a tutti, o quasi: dagli oltre 30 mila siriani accolti anche grazie al sostegno dei privati cittadini, ai gay ceceni in fuga dalle persecuzioni. «Gli omosessuali in Cecenia non esistono. Se esistono, portateli in Canada», ha affermato il piccolo duce di Grozny Ramzan Kadyrov. Trudeau lo ha preso in parola.

Lo spirito d’accoglienza è agevolato dalla geografia, oltre che dalla politica: il Canada è il secondo Paese più grande del mondo dopo la Russia e ha solo 36 milioni di abitanti. Con una densità di 3.5/ kmq è difficile sentirsi assediati. Ottawa non ha confini da murare, anche se alla frontiera sud, la più lunga della terra (8 893 km), gli ingressi si stanno moltiplicando. Arrivano i migranti che temono le deportazioni trumpiane (oltre 15 mila persone avrebbero sconfinato illegalmente da gennaio). E arrivano, alla spicciolata, anche i cugini statunitensi, che come segnalava con urticante condiscendenza un paio di anni fa un articolo del New York Times, promuovono il Canada da noioso, più precisamente «una terra culturalmente desolata abitata da cittadini privi di stile», a hip (di tendenza, alla moda). I più intraprendenti varcano il confine e chiedono la cittadinanza (richieste triplicate negli ultimi 20 anni), anch’essi a loro modo in fuga da Trump.

Non è una novità. I giovani che cercano un ideale rifugio politico a nord sono figli o nipoti di quelli partiti ormai 50 anni fa, più numerosi (30-40 mila) e con motivazioni assai più solide: volevano evitare di finire in Vietnam. Ma erano attratti anche allora dall’immagine di una terra promessa liberal, dove non si spara e se si spara non serve un’assicurazione privata per farsi medicare. E anche a quel tempo, nel fatale 1968, mentre gli Stati Uniti svoltavano a destra con l’elezione di Richard Nixon, a Ottawa s’insediava un Trudeau, Pierre, papà di Justin e amico di John Lennon. Era l’unico capo di governo vagamente sessantottino di quella turbolenta stagione. E fu subito Trudeaumania.

Pierre Trudeau è stato il primo governante occidentale (nel 1971) ad adottare il multiculturalismo come politica ufficiale. La società canadese da allora si è sviluppata attorno a quel principio, seppur con i suoi i limiti e i suoi esclusi, primi fra tutti i figli delle comunità indigene, che fino al 1996 venivano strappati alle famiglie in nome di un’integrazione forzata. E anche in Canada oggi il multiculturalismo si scontra con un numero crescente di detrattori. Ma rimane una forza vitale, come testimonia l’ascesa politica della comunità sikh, che ha quattro ministri nel governo Trudeau («più dell’India», sottolinea il premier), tutti con il turbante e il pugnale d’ordinanza. E quell’idea di una società-mosaico che esalta le differenze comunitarie è uno dei segni più profondi della differenza tra il Canada e il suo vicino meridionale, con il suo melting pot assimilazionista.

Così con gli anni il multiculturalismo è diventato un elemento cruciale della sfuggente, ma orgogliosa identità nazionale canadese. Un patriottismo sui generis, ma vibrante, come ricorda bene chi scrive, che da studente ogni mattina si metteva sull’attenti per ascoltare l’inno O Canada in una scuola pubblica di Ottawa dedicata alla regina Elisabetta.

Perché tra le cose che rendono il Canada differente dagli Stati Uniti, c’è anche il non aver fatto la rivoluzione. Ottawa si è sganciata con grande lentezza da Londra, iniziando nel 1867 un percorso che ancora non si è del tutto concluso. Cinquant’anni fa, aprendosi al mondo con l’Expo di Montréal, il Canada per festeggiare il suo primo secolo di vita si è regalato una bandiera, elevando la foglia d’acero a simbolo nazionale. Vent’anni dopo però i miei compagni di classe ancora disegnavano con il pennarello l’Union Jack sulla punta delle loro Converse All Star, per marcare la differenza dai coetanei statunitensi. E la regina rimane tutt’ora il capo di Stato.

Adesso che di anni ne ha appena compiuti 150, però, e si prepara a ospitare i presunti grandi del mondo per il G7, il Canada è pronto a scrollarsi di dosso complessi e dipendenze. Quella dal Regno Unito, visto che il Canada è hip e la Cool Britannia si è arroccata nella sua insularità. E soprattutto, quella dagli Stati Uniti, ora che Justin Trudeau deve scontrarsi con Donald Trump che vuole rivedere il trattato di libero scambio (Nafta), cruciale per l’economia nazionale.

Così il Canada che flette i muscoli di una crescita economica record tra i sette presunti grandi (+3% la stima per il 2017, meglio di Usa e Germania) ha spalancato le porte all’Europa con la firma del Ceta (trattato di libero scambio con la Ue, in vigore dallo scorso 21 settembre), puntando magari a far arrivare anche da noi il petrolio “sporco” estratto dalle sabbie bituminose dell’Alberta. Ed espone il suo volto più innovativo nella “Silicon Vancouver” protesa verso l’Asia, pronta ad accogliere anche la fuga dei cervelli stranieri hi-tech dagli Stati Uniti di Trump. Per diventare finalmente qualcosa di più della faccia gentile dell’America.


[Numero: 101]