[Sommario - Numero 100]
Collezione privata
Paolo Masiero / Housatonic Design Network - Illustratore, designer e facilitatore grafico. Dopo anni di studi artistici tra Ancona e Bologna, dove tuttora vive, dal 2006 comincia a lavorare come free-lance per vari studi di comunicazione e agenzie pubblicitarie. Fa parte del network di facilitazione e design Housatonic. Ama la musica rock, il cinema e la lettura.
100, istruzioni per l’uso
Piergiorgio Odifreddi
La forma della carta
Jean-marc ceci*
Avvisi di reato
Maurizio Maggiani
Nobile e contento
Maurizio Cucchi
100 amori passioni ossessioni vizi e virtù dei collezionisti

Fiuto e curiosità: nei “capanon” di provincia vere miniere d’arte

Quando, negli Anni 80, il collezionismo esplose come fenomeno finanziario, il curatore newyorkese Jeffrey Deitch ebbe a definire l’acquisto di opere d’arte come una forma di “shopping esclusivo”. A differenza del Rolex o della borsa di Louis Vuitton, un quadro, una foto o una scultura si potevano considerare alla stregua di un unicum, il cui possesso riusciva ad attribuire un diverso posizionamento sociale all’acquirente. Non fu la prima volta nella storia in cui si comprava arte per investimento, ma da allora questa parola è diventata ricorrente in ogni forma di dialogo tra collezionisti: compro perché sicuro della rivalutazione in tempi brevi. Compro non perché mi piace ma per fare un affare. Compro perché l’arte è meno rischiosa della borsa e meno impegnativa, dal punto di vista delle tasse e del mantenimento, di un immobile di lusso. Non è sempre andata così, ma allora il ragionamento ci stava.

Si può affermare che da allora il collezionismo si è gradualmente trasformato in un fenomeno pubblico. Scomparsi, o quasi, quei gelosi proprietari che tenevano nascosti i loro capolavori nelle case o nei caveaux delle banche, i nuovi collezionisti sono diventati personaggi molto in voga, veri e propri opinion leader che oggi contano più di un critico, di un curatore, di un gallerista, persino di un direttore di museo. Essere acquistati da François Pinault è una garanzia di successo; entrare nell’elenco della Fondazione Prada o Sandretto Re Rebaudengo un place inseguito dagli artisti di tutto il mondo. E i nuovi mecenati, più che appassionati, sono i veri protagonisti del jet set internazionale.

C’è però un altro genere di collezionismo, più ossessivo, dominato dalla curiosità intellettuale e dall’ansia di completezza; storie così, in Italia, se ne trovano diverse e non solo nelle grandi città ma soprattutto in quell’autentico forziere di narrazioni costituito dalla provincia. Per un Paese da sempre senza un solo centro, non è certo un caso che alcune tra le più importanti gallerie sorgano fuori dalle aree metropolitane: per esempio Emilio Mazzoli a Modena, Massimo Minini a Brescia, Continua a San Gimignano, che pure ha aperto diverse sedi all’estero.

Quando cominciai il “mestiere” di critico d’arte, una delle figure leggendarie del collezionismo era l’ingegner Angelo Baldassarre di Bari. Si muoveva per tutta Italia col treno, viaggiando spesso in vagone letto, raggiungendo quelle gallerie che gli sembravano interessanti. Benestante certo, non disponeva però di cifre illimitate, e allora si mosse sempre con competenza e passione gli “artisti giusti” raramente sbagliando. Cominciò acquistando dei “quadretti” di Lucio Fontana, diventati presto una fortuna. Arrivando sempre prima degli altri, e in provincia c’è chi lo considerava uno “strambo”, Baldassarre comprò Sol LeWitt, Gilbert & George, Alighiero Boetti, Cy Twombly, Pino Pascali quando ancora valevano qualche milione di lire.

La sua lungimiranza fu, fino a poco prima della scomparsa, nel non fermarsi solo agli artisti della sua generazione, ma continuare a guardarsi intorno cercando stimoli sempre nuovi, per esempio i giovani pittori emersi negli anni ’90.

Ancora più particolare la storia di Igino Materazzi di Arezzo, ferroviere che nelle pause di lavoro, a seconda di dove si fermava il treno, andava a visitare le gallerie comprando opere a rate perché il suo stipendio non gli permetteva di fare altrimenti. Ha raccolto, negli anni, ottimi lavori di artisti italiani. E che dire dell’amico Giancarlo Danieli, vicentino che parla solo in dialetto veneto, imprenditore ossessionato dalla pittura; avendo acquistato quadri talmente grandi da non poterli tenere in casa, si è costruito una specie di hangar che ha soprannominato il “Capanòn”, al cui interno ha allestito capolavori museali. O di un altro amico, il dentista torinese Renato Alpegiani che ha messo via centinaia di opere molto sofisticate, soprattutto degli americani, frutto di gusto e ricerca mai casuale.

Certo, si parla di una generazione non più giovane, che godeva di ben altro potere d’acquisto rispetto ai trenta-quarantenni di oggi. Anche nell’arte oggi si è allargata la forchetta tra i veri ricchi dal potere economico inimmaginabile e gli altri. Sempre più difficile trovare quel professionista che, spendendo meno di 100 mila euro l’anno, riesca a mettere via così tante fortune. Ma non è solo questione di soldi, c’entrano anche il fiuto, la cultura, la curiosità.


[Numero: 100]