[Sommario - Numero 100]
Collezione privata
Paolo Masiero / Housatonic Design Network - Illustratore, designer e facilitatore grafico. Dopo anni di studi artistici tra Ancona e Bologna, dove tuttora vive, dal 2006 comincia a lavorare come free-lance per vari studi di comunicazione e agenzie pubblicitarie. Fa parte del network di facilitazione e design Housatonic. Ama la musica rock, il cinema e la lettura.
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Jean-marc ceci*
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Nobile e contento
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Dieci congetture sul collezionista mistico

Quello che segue, in forma di appunti per imbastire un discorso, sono dieci congetture sul collezionista mistico, nel senso letterale di “nascosto” Federico Cerruti. Perché lo ha fatto? Perché ha accumulato tutte queste opere tenendole segrete, tranne nel corso di qualche cena veramente elegante in cui invitava gli amici a vederle in una casa altrimenti deserta?

1. Investimento

Rilegava le guide telefoniche ed era devoto di Padre Pio. Lo ha fatto per investimento? Non penso proprio: le scelte sono molto personali, riflettono un gusto. Si tratta allora di ricostruire la fisionomia e la fisiologia di quel gusto.

2. Arredamento

Dal punto di vista di una fisiologia del fusto molto verosimile è l’ipotesi dell’arredamento. La filosofia dell’arredamento di Praz è una buona guida alla collezione Cerruti. Comunque la venderei nel negozio del museo che si ricaverà dalla sua casa. Perché la casa in quanto tale non è un museo, è proprio una casa con le sue diverse funzioni. Creare un mondo e una sorta di mistero e di evasione rispetto a una casa rivelatasi inabitabile. La costruzione della casa - della piramide - inizia nel 1967-68. Cosa metterci dentro? Un Kandinskij, primo pezzo acquisito, ma è piccolo. Ci vuole altro.

3. Archivio

Poi c’è l’archivio. Il collezionista soffre di mal d’archivio. E l’archiviare può essere la funzione principale e trasversale di una collezione che va dal gotico a Warhol. Non riusciamo a immaginare un collezionista con un’opera sola, quello è piuttosto Dorian Gray, un segreto. Il Kandinskij non poteva restare solo, per definizione.

4. Oggetto

Che cosa raccogliere, che cosa archiviare? Non solo opere, come nell’arte secondo Kant, che comprende anche i pomi dei bastoni. O come le gallerie di Dresda, che accanto ai quadri raccolgono alabarde, pistole, armature, piatti. Cerruti ha anche mobili, libri, legature. È bello avere degli oggetti, sono sicuri, non ci lasceranno mai, diversamente dalle persone. E vivranno molto più di noi, noi che crediamo di vivere molto più di loro.

5. Lista

Poi c’è la vertigine della lista, il piacer di porre in lista, l’eccetera che introduce l’infinito (o almeno l’indefinito) nel finito. Trecento opere, duecento libri, trecento mobili (“e in Ispagna son già mille e tre”). Non dimentichiamo, ripeto, che Cerruti faceva anche (soprattutto) le guide del telefono, così passava da una lista all’altra. Ci fossero stati i telefonini 50 anni fa, la collezione forse non ci sarebbe stata.

6. Contratto

Ma c’è anche un contratto. Un impegno preso. L’arte è un contratto tra chi fa e chi vede, e stravede nel raccogliere. Basti leggere quello che Cerruti, con precisione, notarile diceva della sua collezione, e credo che nel progetto ci fosse già quel principio.

7. Piacere

Avrà avuto piacere? Pare di sì. Comunque era un sensibile, ebbe un colpo di sindrome di Stendhal, la sola volta che dormì nella casa-museo. Mi chiedo se non abbia sofferto o considerato perverso questo piacere.

8. Riconoscimento

Sicuramente voleva essere riconosciuto. Una collezione è un oggetto sociale. Anche per uno schivo come Cerruti. Per questo i pranzi due volte all’anno, questa società in miniatura. Più qualche visita di aristocratici inglesi che irrompevano nella casa subalpina e deserta.

9. Sopravvivenza

Ovviamente voleva anche essere ricordato, come ognuno di noi: sopravvivere. Il collezionista ha una partita aperta con la morte, mette avanti le opere come non ti scordar di me, proprio come oggi c’è chi fotografa e posta la pizza che sta mangiando.

10. Rispecchiamento

Ultima ipotesi. Alcune opere, in certi casi (il Pontormo, il de Ribera) ricordano la fisionomia di Cerruti, che ci vedeva forse una sorta di autoritratto profetico e, insieme, di memento mori, di monito anticipato sul destino di ognuno: “ero quello che sei, sarai quello che sono”.


[Numero: 100]