[Sommario - Numero 100]
Collezione privata
Paolo Masiero / Housatonic Design Network - Illustratore, designer e facilitatore grafico. Dopo anni di studi artistici tra Ancona e Bologna, dove tuttora vive, dal 2006 comincia a lavorare come free-lance per vari studi di comunicazione e agenzie pubblicitarie. Fa parte del network di facilitazione e design Housatonic. Ama la musica rock, il cinema e la lettura.
100, istruzioni per l’uso
Piergiorgio Odifreddi
La forma della carta
Jean-marc ceci*
Avvisi di reato
Maurizio Maggiani
Nobile e contento
Maurizio Cucchi
100 amori passioni ossessioni vizi e virtù dei collezionisti

Io che colleziono recite d’opera

Ci sono tanti modi possibili di fare collezione, e soprattutto infinite cose collezionabili. Si possono anche non raccogliere oggetti, cose concrete, fisiche entità, ma emozioni. Per uno scherzo del destino, per qualche misteriosa congiunzione astrale (perché il collezionista non sceglie l’oggetto della sua brama, ne viene scelto), a me sono toccate queste. E, si sa, non c’è luogo dove l’emozione sia più importante del teatro, anzi dove non ne diventi la sostanza stessa. Poi, visto che siamo italiani, visto che la musica è tuttora e sempre l’amplificatore più potente dell’emozione, la mia collezione riguarda quella curiosa forma di teatro dove, come diceva il solito micidiale George Bernard Shaw, un tizio viene accoltellato e, invece di morire, canta.

Insomma, io colleziono recite d’opera viste (o sentite? La scelta del verbo non è anodina).

Come collezione, è bellissima, non richiede grandi spazi, non va spolverata, non ingombra, se non i ricordi. Ma ha anche una serie di controindicazioni. Per esempio, costa. L’opera è da sempre lo spettacolo più dispendioso inventato dall’uomo e di conseguenza i biglietti sono carissimi, anche se l’unica ragione per la quale ho deciso di fare il giornalista è che di solito te li regalano (e anche perché è uno dei pochi mestieri dove si può dormire la mattina, in effetti). E poi bisogna viaggiare, perché non è che se tu non vai all’opera l’opera venga a te, tipo Maometto e la montagna, e spesso è pure indispensabile mettersi la cravatta. E aggiungete pure che la maggioranza della gente che va all’opera in maniera compulsiva è ovviamente matta: spesso dunque interessante, ma se vivi full time in manicomio ogni tanto ti viene pure voglia di frequentare delle persone normali, che magari non parlino citando i versi dei libretti.

E poi il godimento è sottoposto a tutta una serie di variabili indipendenti e spesso impazzite. Molto dipende dal fatto che tu non sia arrivato a teatro troppo stanco per il viaggio o di cattivo umor, e per altre ragioni, che le scarpe nuove non ti facciamo male, che il tenore per il quale hai preso due voli e tre treni non abbia la bronchite, che il regista non faccia lo scemo e il vicino di posto o più spesso la vicina (la femmina della specie è più micidiale del maschio, sosteneva Kipling) non sia una scocciatrice, tipo la temibile scartocciatrice di caramelle. Di più: della recita vista non resta nulla se non il ricordo. Sì, certo, ci sono le registrazioni, nei casi migliori pure video. Ma l’emozione del live è fatalmente irripetibile, hic et nunc, un attimo fugace che non si ripete mai uguale.

Però il godimento, quando c’è, è enorme. Poi, visto che una passione dev’essere fanatica e iperorganizzata, altrimenti è solo un hobby, tutto va schedato, e niente computer, a mano sui quadernoni: data, titolo, teatro, autore, interpreti e numero progressivo della recita. Attualmente sono a quota 1.575, non mi sono ancora stancato, anzi, e ogni tanto vado a dare un’occhiata alla lunga lista. Forse non si collezionano solo emozioni, ma anche ricordi.


[Numero: 100]