Blade Runner il futuro che non verrà

I risorti e i replicanti un’ossessione del cinema

Con l’uscita di Blade Runner 2049, attesissimo sequel “d’autore” (lo dirige un regista di culto come Denis Villeneuve) della pellicola del 1982 ispirata a Philip K. Dick, si torna a parlare di replicanti. In un certo senso non si era mai smesso: dopotutto, non c’è figura come quella del replicante che sia stata più corteggiata dal cinema, nel corso dei cento e più anni della sua storia.

Quali sono i motivi di questa singolare attrazione? Facciamo un’ipotesi. Il replicante allude alla possibilità, grazie agli strumenti della tecnica, di dare vita (letteralmente) a un duplicato dell’individuo. Ovviamente, che la copia sia anche migliore dell’originale, è tutto da vedere: valga per tutti l’esempio del dottor Frankenstein e della sua tormentata Creatura (guarda caso entrati nel mito proprio grazie al cinema).

E che cosa fa il meccanismo cinematografico, se non riprodurre la realtà? Che cos’è il cinema, se non una replica ex novo della vita, in grado di allontanare per sempre lo spettro della morte? Nel secondo dopoguerra, un grande critico francese, André Bazin, ha parlato di “complesso della mummia”, ovvero del tentativo di «salvare l’essere mediante l’apparenza», che a suo dire avrebbe condizionato l’intera arte figurativa occidentale, per trovare infine il proprio parziale punto d’arrivo nel cinema. Già qualche anno prima che l’invenzione dei Lumière prendesse corpo, l’idea di restituire la vita ai trapassati accendeva la fantasia di parecchi scrittori. Per esempio Jules Verne, grande precursore del romanzo fantascientifico, che ne Il castello dei Carpazi (1892) immaginava uno scienziato-mago capace di creare copie perfette di persone scomparse da tempo (oggi forse parleremmo di ologrammi); poco tempo prima, nel 1886, un altro popolare scrittore francese dell’epoca, Villiers de l’Isle-Adam, cullava una fantasticheria analoga nel suo Eva Futura, dove addirittura si assiste alla creazione di un androide (di nuovo: un replicante) di genere femminile.

Ma non si tratta soltanto di una bizzarra ossessione letteraria. Al contrario, può essere divertente e allo stesso tempo inquietante constatare, sfogliando i documenti dell’epoca, come questa “sindrome frankesteiniana” affliggesse un po’ tutti i pionieri del cinematografo. Tralasciando i nomi programmatici dei primi apparecchi di registrazione-riproduzione delle immagini (bioscopio, vitascopio, zooscopio...), può capitare di imbattersi in personaggi come Georges Demenÿ. Fotografo, precursore dell’educazione fisica moderna, già assistente dell’inventore Jules Marey, Demenÿ profetizzava con estrema lucidità la possibilità di realizzare, un giorno, “ritratti in movimento” dei propri cari ormai scomparsi, ai quali si sarebbe potuto “restituire la vita” con un semplice giro di manovella. Ancora più grandiosi i progetti di Thomas Edison. Soprannominato “il mago di Menlo Park” (dalla nome della località californiana in cui aveva installato il proprio laboratorio), famoso in tutto il mondo, Edison sognava addirittura di riprodurre al Metropolitan di New York intere opere liriche, «in tutto e per tutto uguali alle originali, con artisti e musicisti morti da tempo», servendosi di un fonografo opportunamente modificato per la registrazione delle immagini.

A un secolo e più di distanza, queste profezie possono far sorridere. Eppure le “resurrezioni” su grande schermo di Brandon Lee e Oliver Reed (deceduti rispettivamente durante le riprese de Il corvo e Il gladiatore) e, più di recente, di Paul Walker nell’ultimo Fast & Furious, ottenute grazie alle nuove tecnologie di postproduzione digitale, sembrano avere in qualche modo inverato la promessa d’immortalità di Edison e dei suoi epigoni. Salvare l’essere mediante l’apparenza: l’androide Roy del primo Blade Runner («... E tutti quei momenti andranno perduti... come lacrime nella pioggia») sarebbe senz’altro molto contento.


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