Blade Runner il futuro che non verrà

Gli automi intelligenti di Omero

Gli antichi erano bravissimi a immaginarsi il passato. A fantasticare sui tempi remoti in cui vivevano i grandi eroi del mito. Ma erano poco portati a immaginarsi il futuro. Non c’è, nell’antichità, nulla di paragonabile alla fantascienza. Mancano le visioni di mondi avveniristici, gli scenari, utopistici o apocalittici, di un lontano domani. Le utopie, semmai, erano proiettate nel passato. Il regno felice di Atlantide, descritto da Platone, si perdeva nella notte dei tempi. La favolosa Età dell’oro, cantata dal poeta arcaico Esiodo, stava alle origini della storia: era l’età gioiosa in cui gli uomini non soffrivano e non faticavano, un Paradiso perduto che si vagheggiava con nostalgia. Gli antichi non credevano al sole dell’avvenire. La storia dell’umanità, per loro, era soprattutto una lunga e implacabile decadenza. La felicità si restaurava tornando al passato, non si conquistava attraverso il progresso. Al massimo ci si affidava a un’idea ciclica della storia: alla speranza che la ruota del tempo potesse girare in senso inverso per cui, raggiunto l’abisso, tutto sarebbe ricominciato da capo. Virgilio, per esempio, da buon cortigiano, pronosticava l’imminente ritorno dell’Età dell’oro sotto la stella provvidenziale di Augusto.

Ma, sebbene non le proiettassero nel futuro, greci e romani hanno comunque anticipato le fantasie moderne. Molto prima del Barone di Münchausen e di Giulio Verne, già il caustico Luciano di Samosata, nel II secolo d. C., raccontava viaggi sulla Luna e guerre stellari. I poeti comici ateniesi avevano immaginato mondi in cui, come nel Pianeta delle scimmie, gli uomini erano schiavi degli animali. Se invece siete appassionati di robot vi rinviamo all’Iliade. Dove Omero descrive i due automi intelligenti, plasmati nell’oro a somiglianza di splendide ragazze, che assistono il dio fabbro Efesto nella sua officina. Gli antenati degli androidi di Blade Runner, insomma, vanno cercati nel mito.


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