Blade Runner il futuro che non verrà

Auto che volano e zuppa che sa d’aglio. Non sarà così, l’imperfezione salverà l’uomo

Niente paura, non succederà. Nel 2049 il mondo non sarà quello di Blade Runner, semplicemente perché non potrebbe reggersi in piedi. Se la distopia dovesse affermarsi, e la (de)-evoluzione costringesse a cibarci di proteine dal brutto aspetto, a vivere in sterminate favelas tecnologiche interagendo in modo quasi esclusivamente virtuale col prossimo - umano o no che sia -, finirebbe per prevalere l’innato spirito al rifiuto e alla rivolta: ci sarebbe una rivoluzione, una guerra civile, un conflitto globale. La vita avrebbe poco a che fare con quella di K, il poliziotto dallo sguardo profondo. Sarebbe diversa e migliore. O non sarebbe.

La Los Angeles dei replicanti, ferita dal Grande Blackout, è una metropoli irreale. Non smette di piovere. La tecnologia al Potere si esprime senza perdere colpi, l’innovazione è continua e invasiva. C’è un traffico terribile, in terra come in cielo. Ma, nelle strade senza alberi, gli uomini vivono di poche cose e bassi istinti, comprano avanzi di sistemi ritenuti obsoleti, gli stessi che sono rimaneggiati orfanelli senza speranza costretti ai lavori forzata. C’è un controllo superiore per nulla democratico che si fonda sullo schiavismo e si svela quando necessario su un palcoscenico umido dove la giustizia sociale non è un mezzo che gode di considerazione.

È un sistema insostenibile, che non sta in piedi. Non si sa chi paga e chi governa, e non si ha nemmeno la certezza che sia umano. Comandano le grandi aziende, il welfare non è contemplato e l’inquinamento ha vinto la partita generando contraddizioni ambientali inquietanti. Il passante dialoga con lo schermo tv (giapponese), ma ingurgita cibo improponibile per i palati del 2017. È solo, separato. La società è multietnica, eppure ad apparire sono quasi tutti bianchi o gialli, errore di distrazione, visto che per i figli dell’Africa nera non c’è un avvenire di secondo piano. Fantascienza.

La narrativa deumanizzante, come pensata in origine da Philip K. Dick, era ispirata agli orrori del nazismo. I replicanti erano gli schiavi del futuro, la manodopera che avrebbe consentito agli umani di vivere a basso costo. Poi le cose sono andate diversamente, per gli androidi. Ora si racconta un 2049 privo di senso logico e si ripropone la minaccia della crescita sfrenata; illustra e amplifica gli effetti delle diseguaglianze generate dal progresso incontrollato. Le auto volano, ma la zuppa si cuoce sul fornello a gas e la puzza di aglio che si immagina non basta a identificare la natura biologica del cuoco.

Il futuro non sarà così. Non può funzionare. Gli umani hanno dimostrato di non essere in grado di gestire la perfezione. Nel più avanzato degli universi a venire, l’eccellenza si distinguerà per un tasso minimo di avarie, mentre il resto del pianeta andrà in manutenzione semipermanente. Il pc si inchioda oggi come si inchioderà domani. Il progresso è assicurato dal fattore umano, che media e si evolve, ma il fattore umano lo rende fallibile. La lezione è che anche l’intelligenza artificiale può aiutarci, però avrà respiro breve senza crescita sostenibile, etica diffusa, voglia di giustizia, passione senza freni. Sarà ancora la nostra natura di bipedi implumi a salvarci o a condannarci. Perché Blade Runner è un futuro impossibile, ma Blade Runner è un Tempio degli Avvertimenti. Se abbiamo chance di salvarci, le abbiamo solo con l’umanità e la sua imperfezione. Grazie a l’uomo e per colpa sua.


[Numero: 99]