L italia si incarta ma non s arrende

Libri: la volta che Harvard disse no a Google

Robert Darnton ha studiato soprattutto la Francia tra Ancièn Régime e Rivoluzione, ma è anche un grande storico del libro - e non sarà un caso se il periodo su cui ha scritti saggi fondamentali, da L’età dell’informazione a Il grande massacro dei gatti (entrambi pubblicati da Adelphi), sia anche quello in cui i libri hanno svolto un ruolo storico cruciale. Professore emerito di Harvard University, è il direttore della immensa Biblioteca universitaria. Anni fa, si oppose al progetto di digitalizzare il patrimonio cartaceo da parte di Google. Ne parlò nel 2011 in Il futuro del libro (Adelphi). Nel frattempo, quel progetto è naufragato. I fatti gli hanno dato ragione. 

 

«Diciamo che da allora non ho cambiato idea - è la risposta -. Fu un problema molto complicato, e importante: quando Google decise di digitalizzare “tutti i libri del mondo” si rivolse alla biblioteca di Harvard, e noi consentimmo per tutto ciò che era di dominio pubblico. Quando chiese di fare altrettanto con i testi protetti dal copyright, rispondemmo di no». A differenza di altre Università. «Infatti. Altri si spinsero su questo terreno: ma la Lega degli autori e l’associazione degli editori fecero ricorso in tribunale. Dopo tre anni di negoziati segreti si arrivò al celebre accordo che trasformò l’originario servizio Google Book Search - che forniva come oggi solo brani di testi - in una vera e propria biblioteca commerciale, dove bisognava pagare per la consultazione; i proventi venivano distribuiti tra Google e le due associazioni degli autori e degli editori. Ciò significava che Google imponeva a noi, biblioteche, un prezzo per l’accesso ai nostri stessi libri in formato digitale, stabilito peraltro da un’impresa privata (dunque che poteva crescere in modo incontrollabile, come è accaduto per le riviste scientifiche). Pessima idea, lo scrissi sulla New York Review of Books». 

 

La Corte federale contro Google Book Search  

E bloccò l’operazione. «Non io, ma una corte federale: stabilì che Google Book Search violava la legge antitrust». Prima conclusione, dunque: il patrimonio del sapere, e la sua conservazione su un supporto che non è più la carta, non può essere affidato a un monopolista privato, per quanto efficiente. Ma le biblioteche - anche questo ci ricorda Darnton nel «Futuro del libro», conservano e insieme distruggono - per mancanza di spazi, per necessità di riordino, o anche solo per ricavare microfilm (non solo molto spesso illeggibili, ma anche in grado di provocare nausee niente affatto metaforiche: ci sono alcuni paragrafi piuttosto esilaranti, circa i sacchetti di plastica messi a disposizione accanto ai monitor): o come avviene in questi anni, copie digitali. La pratica ha causato seri danni al «patrimonio di carta».  

 

L’utopia di conservare tutto  

Ma conservare “tutto” non è pura utopia?  

«Abbiamo bisogno di utopie, anche perché alcune possono essere tradotte in realtà. Nell’ottobre 2010 invitammo a Harvard i responsabili di fondazioni e biblioteche, e anche scienziati informatici, proprio per discutere un’idea assai utopica: digitalizzare tutti i libri e metterli a disposizione di chiunque, a titolo gratuito. Risultato: dopo due anni e mezzo abbiamo lanciato la DPLA (Digital Public Library of America), che ha ora 16 milioni di testi disponibili, gratis, per lettori di tutto il mondo». Non solo. «Altri Paesi stanno mettendo in campo progetti simili. Credo che nell’arco di dieci anni avremo una biblioteca mondiale accessibile a chiunque abbia Internet». 

 

Non dunque una soluzione alternativa, ma complementare. «Penso che i libri di carta esisteranno ancora ed anzi siano destinati a prosperare. Il “codex”, il formato cioè che consente di leggere girando le pagine (mentre il “volumen” va srotolato) è una delle grandi invenzioni di tutti i tempi, e prospera da più di duemila anni. Il codex a stampa, poi, ha retto benissimo per più di cinquecento; la longevità è anche un segno del suo valore». Va da sé «che tecnologia digitale è un grande progresso e che dobbiamo fare del nostro meglio per utilizzarla in maniere da rendere democratico l’accesso alla conoscenza. Ma continuo a pensare l’unico sistema sicuro per conservare indefinitamente un testo è di stamparlo su carta». 

Con tutti i rischi che comporta, per esempio di censura. Nel recentissimo I censori all’opera (Adelphi) Darnton ne studia alcuni peculiari meccanismi, non solo nel suo amatissimo Settecento francese.  

 

Il paradosso della censura  

In qualche caso, paradossalmente, i censori sembrano cooperare, se pure involontariamente, alla conservazione del sapere «di carta». «Diciamo innanzi tutto che non ho alcuna simpatia per la censura e che dobbiamo sempre guardarcene. Ma i censori dell’Ancièn Régime non facevano che enfatizzare il contenuto e la qualità dell’opera, particolarmente nel campo dello stile. Uno scrisse: “Io difendo l’onore della letteratura francese”. Raramente lamentavano offese a Stato, Chiesa o morale». 

Per quelle, del resto, si stampava comunemente all’estero e si contrabbandava in Francia. «L’Ancien Régime fece di tutto per sequestrare questi libri, noti come livres philosophiques (ma comprendevano molta pornografia, oltre a incitamenti alla ribellione e naturalmente veri testi filosofici); possiamo considerare la repressione poliziesca come una forma di post-censura». I “libertini”, però, hanno cambiato il mondo, come spiega in Libri proibiti (Mondadori). Per non parlare dei contrabbandieri. «Che mi sono enormemente simpatici. Ma è già un’altra storia; la racconto nel mio prossimo A Literary Tour de France: the world of books on the eve of the French Revolution, in uscita nel febbraio prossimo.  

 


[Numero: 98]