L Italia si incarta ma non s arrende

Nel monastero di Subiaco culla del libro made in Italy

Se al vecchio libro, quello fatto di carta e da oltre cinque secoli stampato a caratteri mobili in tante località della penisola, servisse una carta d’identità, qualche interrogativo spunterebbe subito. Ad esempio sull’immagine, adeguata ai tempi, da incollare nel riquadro della foto. Per non parlare dell’indirizzo di casa. Dargli residenza presso uno dei grandi gruppo editoriali o accasarlo dai coraggiosi battistrada della piccola editoria ? Oppure, per tagliar corto, sistemarlo in via Tommaso Stanislao Mancini, al quartiere Flaminio di Roma, presso il bel villino neorinascimentale Helene dove ha sede quel Cepell - il Centro per il Libro e la Lettura - che alterna stagioni di ottimistica vitalità a periodi di scorante meditazione sui destini della carta stampata?  

 

Interrogativi legittimi e spinosi. Pochi dubbi, invece, sul luogo di nascita del libro italiano. Il primo vero libro stampato in Italia è il De Oratore di Cicerone e viene alla luce, probabilmente nell’estate del 1465, presso la tipografia avviata l’anno prima a Subiaco, nel monastero di Santa Scolastica. E sempre presso Santa Scolastica viene stampato, poco dopo, il De Divinis Institutionibus di Lucio Cecilio Lattanzio che, nel colophon, riporta il giorno esatto, 29 ottobre 1465 - la data di nascita del libro italiano! - in cui Conrad Sweynheym e Arnold Pannartz, due allievi di Gutenberg provenienti da Magonza, lo hanno impresso.  

 

Questi testi escono dalla tipografia aperta dai due che, diretti inizialmente verso Roma per farvi conoscere l’arte della stampa, vengono intercettati sul cammino dalla poderosa ramificazione benedettina stesa su tutta l’Europa e dirottati a Subiaco, vale a dire nel più antico monastero benedettino del mondo visto che è stato fondato direttamente da San Benedetto, ben prima del suo approdo a Montecassino. Come ogni abbazia benedettina anche il monastero di Subiaco vede attivo per secoli - prima che l’arte della stampa lo renda obsoleto - un operoso scriptorium dove una pattuglia di monaci amanuensi sfornava copie di testi e splendide miniature. Accanto vi era una ricca biblioteca - fondata dallo stesso Benedetto e incrementata dagli abati venuti dopo - sopravvissuta, nonostante invasioni, incendi e distruzioni belliche, sino ad oggi.  

 

Lavorare in questa biblioteca, una biblioteca statale diretta da un monaco sublacense, padre Marco Mancini, e ospitata nel corpo vivo di un monastero che accoglie una comunità benedettina quanto mai dinamica governata dall’abate Mauro Meacci, è un’esperienza unica. L’antica torre del campanile romanico sta proprio sopra la sala di consultazione e fa scendere sui lettori i rintocchi di ore che sembrano misurare il buon impiego del tempo da parte di chi consulta i testi (150.000 volumi) o esplora le carte dell’immenso archivio, recentemente riordinato. Nell’archivio confluisce sia il lascito documentario - 15.000 documenti e quasi 4000 pergamene sottoscritte da imperatori e da papi, da re e da abati - dell’antica abbazia territoriale che governava anime e sudditi, città e paesi, parrocchie, campi ed eremi, sia l’archivio dei principi Colonna di Paliano, affidato da due decenni alla cura dei monaci.  

 

Quando, dal labirinto di scaffali e di faldoni che compongono l’archivio, appare lo silhouette scura di un monaco si può essere certi che è quella di uno degli archivisti che viene a mostrarti, con un sorriso che pare sconfiggere la boria dei potenti, qualche pezzo forte estratto da un giacimento di carte che riassumono dieci secoli di storia. L’archivio ospitato nel monastero di Subiaco rappresenta un mosaico di documenti preziosi, in cui c’è posto per le lettere di stato di Carlo V e di Filippo II di Spagna (che a volte firma “El Rey” e altre, sbrigativamente e imperiosamente, “Yo”) e per le missive d’amore di Re Sole, per le trame del cardinale Mazzarino ma anche per il catasto, corredato da precisissime illustrazioni di ogni scampolo di podere e bosco e campo, delle proprietà della principesca famiglia. E, passando dai tempi della pace a quelli della guerra, ecco sbucar fuori dalle vecchie carte, ad esempio, l’elenco completo dei disgraziati che come schiavi remavano sulla galea “la Capitana di sua Santità” con cui Marcantonio Colonna nel 1571 partecipa alla battaglia di Lepanto.  

 

Nell’archivio e nella biblioteca il silenzio solenne, che le solide mura del monastero proteggono, di tanto in tanto è rotto dal belato delle pecore: passano le greggi che scendono nella valle dell’Aniene dai sentieri dei monti Simbruini. Sulle alture appena sopra c’è il Sacro Speco. Attorno i primi eremi eretti da Benedetto su panorami vertiginosi ora sono in gran parte abbandonati ma - vere start up della spiritualità - fecero da incipit alla grande avventura benedettina in corso da un millennio e mezzo.  

 

Le pergamene, le lettere illustri, i documenti e i libri duellano con il tempo che lì scorre con ritmi più saggi. Come se la grande storia potesse far spazio anche ai dettagli della vita, quella più vera ed essenziale.  

 

Come culla del libro stampato italiano non poteva esserci posto migliore di Subiaco, dove è sbocciato il primo monastero e una delle più antiche biblioteche benedettine. Chissà se da noi, prima o poi, si farà del 29 ottobre, giorno in cui dal torchio dei due allievi di Gutenberg venne alla luce il primo testo a stampa, la festa del libro. Qualcosa che assomigli alla ricorrenza catalana di Sant Jordi quando a Barcellona, in un’atmosfera primaverile e festosa, tutti si scambiano libri e rose in segno di pace (e chissà se sarà ancora così il prossimo aprile) . Certo, se da Subiaco il compleanno del libro conquisterà i lettori italiani, la festa andrà declinata con la maturità dorata e pensosa dell’autunno. Dunque libri da regalare e da leggere seduti al fuoco del camino acceso. E fuori odore di mosto e castagne e funghi, come quelli - profumatissimi - delle fettuccine servite agli ospiti della foresteria antistante il monastero più antico d’Occidente. 

 


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