L italia si incarta ma non s arrende

E Tallone ristampa l’Ecclesiaste in carta di stracci, “pur chiffon”

Solo qui, chez Tallone, non si può levare il grido di dolore di Guido Ceronetti: la carta è stanca. Qui, nella cattedrale tipografica di Alpignano, dove stanno per rintoccare (2018) due anniversari: nel 1938, ottant’anni fa, a Parigi, Alberto-Madino fondava la sua oasi di bellezza, poi traslocata nei dintorni di Torino; mezzo secolo fa (1968), «il più felice degli operai» di maître Darantière compiva il passo d’addio, lasciando alla moglie Bianca e ai figli Aldo e Enrico un patrimonio di stile inconfondibile, nelle stagioni felicemente salvaguardato, onorato.

Nella traduzione di Ceronetti, l’ultima limatura, l’estremo, per ora, perfezionamento, Tallone ha appena forgiato Qohélet o l’Ecclesiaste. In carta - direbbero i francesi - «pur chiffon», ovvero carte di stracci, fatte con gli stracci, una tradizione secolare esauritasi o quasi verso la fine degli Anni Cinquanta, avanzando e imponendosi l’acrilico.

Sì, c’era, signoreggiava una volta, la carta al tino, la carta fatta a mano, la trasfigurazione del lino, del cotone, della canapa, della seta, una sessantina i tipi di tessuti, stipati sugli alti barrocci dei cenciai. «Così che - si diverte a stupire Enrico Tallone - sarà capitato a una guepière di Lucrezia Borgia o a una camicia di Lorenzo il Magnifico di accogliere Cicerone o Catullo o Poliziano».

Ceronetti-Qohélet in carta Fabriano. Tra le carte domiciliate dove si testimoniano la forza comunicativa e la grazia del segno, le stimmate del carattere Tallone, il Bodoni novecentesco. «...la delizia del continuo sperimentare caratteri e odorosissime carte a mano» coglierà, narrerà, innalzerà un estimatore della Casa, il filologo princeps Gianfranco Contini.

«Le nostre carte. Le carte che privilegiamo - spiega Enrico Tallone -. Italiane e francesi, in primis. Fra le nazionali, Fabriano, certo, e Pescia, e Amalfi, e la scuola, egregia, siciliana, tale l’acqua alle falde dell’Etna, non acida, ricca di calcio basico. Ecco una sua “manifestazione”: Le avventure di Pinocchio, “su carta color turchino di puro cotone espressamente allestita dalla Cartiera di Sicilia di Aci Bonaccorsi”. Non dimenticando le eccellenze piemontesi, la carta di Caselle in auge fino all’Otto-Novecento (dal 1300-1400) della Bibbia di Gutenberg».

Carte e altre carte, la carta giunta dall’Oriente toccando città leggendarie, come Samarcanda, come Baghdad e Damasco. Visitando la biblioteca Tallone, sfogliandone il catalogo in carta Magnani (l’esteta che si commuoveva: «Un foglio di carta. Un foglio di quella buona carta a mano, limpida, vellutata, che sa di pane, e ha un’anima e una voce»): le Rime di Boccaccio «su carta al tino Duchêne» e su Montval antica e su Japan Hosho e su S. Ilario da Pescia; i Poemi conviviali di Giovanni Pascoli su carta Sant’Ilario di Pescia «bouffant»; l’Hamlet di William Shakespeare su Amatruda di Amalfi; il Corano più antico su carta Ventura; i Canti di Giacomo Leopardi «su speciale carta cerulea prodotta a Salisburgo»...

Tramontato (e stipato nei forzieri) il «pur chiffon», a quali fogli affidarsi? Alla carta «mano-macchina», riecheggiante le vecchie, artigianali, «forme a mano», per esempio la carta dell’Imprimerie Nationale di Torino su cui Antonio Jaquet, sottoprefetto del distretto di Susa, che nella futura dimora Tallone avrebbe ospitato Napoleone Bonaparte, descrisse la sua terra «traversée, dans toute sa longueur, par la Doire que les Romains appellaient Riparia...».

Dedicato «alle carte, filigrane & inchiostri» è Il Manuale Tipograf ico, atto terzo, a firma Enrico Tallone (il primo e il secondo, rispettivamente dedicati «all’estetica dei frontespizi & dei caratteri maiuscoli» e «all’estetica dell’impaginazione, dei caratteri & dei formati» hanno invece l’impronta del capostipite Alberto). Centodieci finestre aperte su altrettante carte europee ed esotiche, e filigrane e inchiostri...

Non ci si potrebbe accomiatare da Tallone, sfiorando la locomotiva «Officine di Saronno» carissima a Pablo Neruda, attraversando il parco, se non meditandone una reliquia intonata all’autunno, al crepuscolo, una terzina dantesca, di respiro bucolico, di Lorenzo De’ Medici: «Quando languenti e pallide vidi ire / le foglie a terra, allor mi venne a mente / che vana cosa è il giovenil fiorire».


[Numero: 98]