la confusione dei poteri

Temere la magistratura non i magistrati

In ogni Stato vi sono tre generi di poteri: il potere legislativo, il potere esecutivo delle cose che dipendono dal diritto delle genti, e il potere esecutivo di quelle che dipendono dal diritto civile.

In forza del primo, il principe, o il magistrato, fa le leggi per un certo tempo o per sempre, e corregge o abroga quelle che sono già state fatte. In forza del secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve ambasciate, stabilisce la sicurezza, previene le Invasioni. In forza del terzo, punisce i delitti o giudica le controversie dei privati. Chiameremo quest’ultimo il potere giudiziario, e l’altro semplicemente il potere esecutivo dello Stato.

La libertà politica per un cittadino consiste in quella tranquillità di spirito che proviene dall’opinione che ciascuno ha della propria sicurezza; e perché si abbia questa libertà, bisogna che il governo sia tale che un cittadino non possa temere un altro cittadino.

Quando nella stessa persona o nello stesso corpo di magistratura il potere legislativo è unito al potere esecutivo, non vi è libertà, poiché si può temere che lo stesso monarca, o lo stesso senato, facciano leggi tiranniche per seguirle tirannicamente.

Non vi è nemmeno libertà se li potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e dall’esecutivo. Se fosse unito al potere legislativo, II potere sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: infatti il giudice sarebbe legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore.

Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche, e quello di giudicare i delitti o le controversie dei privati.

Nella maggior parte dei regni d’Europa il governo è moderato perché il principe, che ha i due primi poteri, lascia ai sudditi l’esercizio del terzo. Presso i Turchi, dove i tre poteri sono riuniti nella persona del sultano, regna un orribile dispotismo.

Nelle repubbliche italiane, dove questi tre poteri sono riuniti, la libertà è minore che nelle nostre monarchie. Perciò il governo ha bisogno, per mantenersi, di mezzi altrettanto violenti di quelli del governo dei Turchi; ne fanno testimonianza gli inquisitori di Stato, e la cassetta in cui qualunque delatore può, in qualunque momento, gettare mediante un biglietto la sua accusa.

Considerate quale possa essere la situazione di un cittadino in queste repubbliche. Lo stesso corpo di magistratura ha, come esecutore delle leggi, tutto il potere che si è dato come legislatore. Può devastare lo Stato con le sue volontà generali, e, siccome ha altresì il potere di giudicare, può distruggere ogni cittadino con le sue volontà particolari.

Il potere è uno solo; e benché non vi sia nessuna pompa esteriore che riveli un principe dispotico, lo si avverte a ogni istante.

Perciò i principi che hanno voluto farsi dispotici, hanno cominciato sempre col riunire nella propria persona tutte le magistrature; e parecchi re d’Europa, tutte le grandi cariche dello Stato.

[...] Il potere giudiziario non dev’essere affidato a un senato permanente, ma dev’essere esercitato da persone tratte dal grosso del popolo, in dati tempi dell’anno, nella maniera prescritta dalla legge, per formare un tribunale che duri soltanto quanto lo richiede la necessità.

In tal modo il potere giudiziario, così terribile fra gli uomini, non essendo legato né a un certo stato né a una certa professione, diventa, per così dire, invisibile e nullo. Non si hanno continuamente dei giudici davanti agli occhi, e si teme la magistratura e non i magistrati.

Tratto da “Lo spirito delle leggi”, 1748, libro XI


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