la confusione dei poteri

Italia, una società anarchica dove le leggi sono arma di ricatto

Troppe leggi, troppe leggi contraddittorie e poco chiare, troppi ricorsi al Tar, troppi processi che durano troppo. Perchè, in Italia, è così difficile il rapporto tra il cittadino e la giustizia? Lo chiediamo a Luciano Violante, professore di diritto ed ex presidente della Camera, con una lunga e importante esperienza al delicato incrocio tra la giustizia e la politica.

«Il diritto ha il compito di dirimere il conflitto. Là dove ci sono altre sedi di risoluzione dei conflitti, ad esempio la famiglia, la comunità, il diritto costituisce l’estrema risorsa e, allora, le leggi sono più semplici. Dove, invece, è l’unica sede, come da noi, le leggi devono prendere in considerazione tutti gli spazi dell’agire umano e, quindi, le leggi sono molto più articolate, contraddittorie, pesanti».

L’impressione, però, è che questo problema, in Italia, sia particolarmente grave.

«No, la complessità delle leggi riguarda tutti gli Stati del mondo occidentale. La differenza sta nel diverso grado di fiducia nell’autorità pubblica tra noi e gli altri. In Germania, Francia, Stati Uniti si ha fiducia che, nell’ambito della discrezionalità, il soggetto pubblico interverrà ragionevolmente e, perciò, le leggi sono più semplici. In Italia, questa fiducia non c’è, al punto che, molto spesso, il processo penale è un processo al giudice che ha condotto l’inchiesta, non all’imputato».

Ci sono altre cause di questa proliferazione incontrollata e confusa di leggi?

«Sì, molte altre. Ad esempio, la configurazione della nostra società, non più compatta, ma così frantumata da moltiplicare i conflitti e, quindi, le leggi che devono intervenire. Poi, pensiamo alla pluralità delle fonti da considerare, leggi nazionali, regionali, europee, interpretazioni nazionali ed europee, magari tutte ragionevoli, ma diverse tra loro; per cui, quando ti presenti davanti a un giudice, non sai mai quale interpretazione adotterà. Infine, una straordinaria esplosione dei diritti, veri o presunti, con un continuo ricorso al giudice perchè al cittadino vengano riconosciuti».

Ma la colpa non è anche della nostra classe politica che non è capace di legiferare in maniera chiara e semplice?

«Se ci fosse una egemonia politica chiara, una maggioranza ampia e coesa sarebbe meno necessaria quella continua mediazione, quel continuo compromesso che spesso snatura la logica della legge e ne aumenta l’ambiguità. Un processo negoziale che comincia già al Consiglio dei ministri e che, poi, si prolunga in maniera ancora più faticoso e oscuro in Parlamento».

Là dove le lobby hanno campo libero per esercitare le loro pressioni.

«Ma le lobby più forti e avvertite si muovono anche prima, prima che le leggi vengano proposte al Consiglio dei ministri. Certamente, alle Camere si scatenano tutte, anche quelle che tutelano gli interessi più minuti. Quando non ci sono maggioranze solide, i risultati di queste mediazioni sono leggi confuse, contraddittorie, passibili delle interpretazioni più varie. Ormai, io credo che si possa definire la società italiana come caratterizzata da un policentrismo anarchico, centri di potere e di interessi assolutamente non regolati, ciascuno libero di andare per conto suo».

Perché i Tar, specie quello del Lazio, sembrano così onnipotenti e invasivi?

«Perché i ricorsi sono moltissimi. Negli appalti, spesso, la minaccia di un ricorso al Tar è una forma di ricatto nei confronti del vincitore: o tu dividi con me l’appalto o io, con un ricorso al Tar, blocco tutto. Ormai, in molte grandi imprese, ci sono più avvocati che ingegneri, perchè si vincono le gare se si hanno buoni avvocati, non buoni ingegneri».

È vero che i ricorsi al Tar spesso allungano i tempi delle opere pubbliche, ma la colpa non è anche di una pletorica e inefficiente burocrazia italiana?

«Questa è un’altra conseguenza delle cattive leggi, la cui quantità e complicazione fa sì che siano incerti i presupposti della responsabilità penale e contabile. Il funzionario pubblico, allora, cerca di evitare di assumersi responsabilità, perchè una sua decisione può aprire la strada a un procedimento penale o contabile nei suoi confronti».

Che cosa, in concreto, si può fare per alleviare il peso di questa situazione sui cittadini?

«In teoria, il punto di partenza sarebbe ricostruire la fiducia reciproca tra utente e pubblica amministrazione. In pratica, occorre un passaggio radicale, non la depenalizzazione, che sarebbe come svuotare il mare col cucchiaio, ma vedere cosa, nel XXI secolo, va penalizzato, perchè abbiamo ancora categorie penali che hanno l’impronta della fine del Settecento o dell’inizio dell’Ottocento. Valutare quali siano davvero i comportamenti che, oggi, meritano una pena. E tutto il resto lasciarlo a sanzioni di carattere amministrativo».


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