la confusione dei poteri

Il magistrato tribuno, un nemico della democrazia

Quando nel 2003 Marcello Maddalena ed io scrivemmo Il Giudice e i suoi limiti, erano trascorsi dieci anni dall’indagine di Mani pulite, che aveva terremotato la costituzione materiale della Prima Repubblica italiana. Un terremoto frutto dell’assoluta indipendenza del pubblico ministero che, nell’esercitare l’azione penale obbligatoria, non può porsi questioni di opportunità politica.

Ma già allora avvertivamo che le cose non erano così semplici: perché dagli Anni 70 in poi era evidente che, sul piano organizzativo più che su quello della giurisdizione, i capi degli uffici (in particolare delle Procure) sono investiti di decisioni ampiamente discrezionali che costituiscono “snodi politici” semplicemente inimmaginabili dai Padri costituenti del 1948. Non c’era bisogno di Mani pulite per comprendere che il paradigma, tratteggiato da Calamandrei, del giudice che «consuma i suoi pasti in ascetica solitudine» seduto al «tavolino nell’unica trattoria del paese» avendo come «unica commensale la sua indipendenza» apparteneva al mondo sublime delle immagini letterarie. Ma che quel giudice solitario era una bella figura ormai relegata nella storia. E dunque, era fuori della storia chi pensava di portare indietro le lancette dell’orologio, sognando un ruolo del giudiziario confinato entro i rassicuranti limiti del passato. Allo stesso tempo, non si poteva immaginare che, di fronte alla trasformazione del ruolo del magistrato, fosse possibile continuare a invocare, come inviolabili, le regole disegnate ai tempi in cui i giudici s’interessavano prevalentemente di piccoli casi di devianza sociale e il lavoro dei pubblici ministeri consisteva per lo più nel formulare capi di imputazione sulla base dei rapporti di polizia. Da qui, la consapevolezza che la definizione di nuove regole e criteri di valutazione della professionalità e di responsabilità fosse opera utile in primo luogo per l’indipendenza della magistratura. Con un’avvertenza: questa nuova definizione non poteva essere un regolamento di conti verso una magistratura responsabile di aver ficcato il naso in santuari un tempo intoccabili. Ma neppure poteva essere congelata dal timore di doversi sempre difendere dalle aggressioni del potere politico. Ciò che è successo in questi ultimi anni conferma la fondatezza di quelle preoccupazioni.

La difficoltà della politica a trovare, al proprio interno, forme di responsabilità che sanzionino comportamenti scorretti e disonesti prima ancora che essi integrino un reato (come invece accade, ad esempio, in Germania) ha fatto crescere, in una fetta importante dell’opinione pubblica, l’immagine del magistrato come unico argine contro un Potere oscuro e a volte criminale. Da questa immagine può partire un sentiero pericoloso, che porta all’idea che spetti alla magistratura non solo il dovere di affermare il diritto ma anche quello di combattere fenomeni, di moralizzare la società o, addirittura, scrivere la Storia; dimenticando che il processo non si celebra per «fare verità storica» ma solo per accertare responsabilità individuali con riferimento a specifici reati. È in questo humus che nasce la figura del pubblico ministero «tribuno». Figura molto isolata nel panorama dei magistrati italiani – la cui stragrande maggioranza svolge il proprio lavoro in silenzio, in condizioni spesso difficili – ma mediaticamente straripante; figura perennemente tentata dal «processo esemplare» e dalla ricerca di un «consenso dell’opinione pubblica» visto come surrogato di quella legittimazione democratica la cui carenza viene costantemente rinfacciata ai magistrati. È così che, in questi anni, abbiamo visto pubblici ministeri, diventati popolari per il loro lavoro giudiziario, capitalizzare questa popolarità come base di consenso nella battaglia politica: per raccogliere voti, fondare partiti, diventare sindaci o governatori di Regioni. C’è, in questo tipo di operazione, un qualcosa di profondamente antidemocratico. Perché il consenso acquisito dal «magistrato tribuno» si fonda sull’esercizio di un potere che gli è stato conferito per applicare imparzialmente e senza mediazioni la Legge, in nome del popolo italiano. Confonderlo con il consenso che l’uomo politico si deve guadagnare dai cittadini elettori intacca l’essenza della divisione dei poteri. Ai giovani che oggi entrano in magistratura abbiamo il dovere di ricordare che il magistrato che invade il campo della politica dovrà, prima o poi, misurarsi con la responsabilità che la politica richiede. Per questo, chi difende oggi il modello del «magistrato tribuno» è il nemico più convincente dell’indipendenza della magistratura.


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