fratello elefante

Una volta l’ho visto volare

Ho visto una volta un elefante volare. Ma è stato tanto tempo fa e non so se volano ancora È stato al porto di Genova alla calata delle merci rinfuse, le merci che arrivano in casse, in balle, in sacchi, e sciolte quando non stanno in nessuna confezione perché sono troppo grandi o troppo strane, e vengono calate dall’argano nella giapponese, la rete di canapa che sopporta qualunque ingombro; anche se avrei dovuto mettere tutto al passato, perché adesso finisce tutto quanto nei container, tutto o quasi, per come sono fatti credo che gli elefanti viaggino per mare ancora alla rinfusa.

Ecco, ho visto questo elefante grande, massiccio, di un intenso colore terra di Siena librarsi in mezzo al cielo azzurro mattutino imbragato nella giapponese come in una tuta di volo, gli calzava alla perfezione, le orecchie vaste come trapunte battevano l’aria in lenta maestà, la proboscide raccolta tra le zanne corte e tozze, sulla punta mozzata si vedeva brillare qualcosa, forse erano incapsulate nell’oro.

La giapponese era agganciata al braccio più lungo del grande bigo di bordo, l’elefante era lassù, più in alto di ogni cosa, del fumaiolo, dell’antenna radio, delle gru di terra, era così in alto che forse non ci vedeva nemmeno, forse vedeva solo il panorama di Genova.

C’era un grande silenzio, e sì che nel porto il silenzio non sanno nemmeno come si chiama, ma era proprio così, nemmeno il rumore del compressore faceva rumore, e gli uomini della manovra si parlavano solo con le mani, il gruista lanciava un fischio di segnale ogni tanto mentre calava la giapponese piano, piano, piano, che non sbandava di un centimetro, dritta a piombo sulla banchina dove la squadra di terra era in posa a cerchio largo.

E l’elefante planava placido sulla città, senza dire un bai, sempre più grande, sempre più nobile, un celeste imperatore.

Quando ha preso terra si è sentito solo un plof e della polvere che si alzava, quelli della squadra non hanno fatto una mossa, stavano lì e guardavano l’elefante come fosse il roveto ardente.

Come dal niente è arrivato un signore, un piccoletto a dire la verità, tutto in ghingheri, vestito a giacca col gilè, un cravattone a fiorami largo un palmo, capello alla mascagna luccicante; ha chiesto il passo, si è messo davanti all’imperatore celeste e gli ha detto qualcosa che da dove eravamo sembrava solo un sussurro, un respiro canoro, poi ha fatto cenno alla squadra di sciogliere la giapponese.

Se ne sono andati l’ometto e l’elefante così, senza un guinzaglio o che so io, davanti un quartetto della guardia doganale e dietro mezzo porto che ancora non fiatava ma tutti quanti presi dalla smania di vedere come andava a finire.

Metti che per caso l’elefante non avesse preso e se ne fosse tornato nel cielo.


[Numero: 96]