fratello elefante

Su un filo di ragnatela o in cristalleria: elefanti come bambini

«Un elefante si dondolava/sopra un filo di ragnatela/ e ritenendo la cosa interessante/andò a chiamare un altro elefante». Danzando al ritmo ipnotico di una filastrocca infantile, l’elefante, massiccio e gentile, entra in modo importante nell’immaginario dei bambini, affascinati - come Mowgli nel Libro della giungla - dalla sua tranquilla potenza. Il ragazzo lupo creato da Rudyard Kipling ammira a bocca aperta la marcia guidata dal capo branco Hathi, uno degli animali più vecchi della giungla, simbolo di memoria storica e fedeltà alla legge. Walt Disney negli Anni 60 disegnerà a cartoni animati un Mowgli irriverente con il vecchio saggio, ma il ragazzo di Kipling è più prudente: sa che, per difendere ciò che crede giusto, Hathi può fare molto male.

È proprio nell’epoca di Kipling, in piena era coloniale, che gli animali della savana diventano protagonisti del mondo fantastico infantile. «È l’epoca in cui nasce la categoria borghese di “infanzia” - spiega Anna Castagnoli, esperta di letteratura infantile - insieme con la rivoluzione industriale». L’epoca in cui vengono scritti i grandi classici inglesi per bambini, da Alice nel paese delle meraviglie a Peter Pan. «C’è un parallelo tra bambino e giungla: gli adulti per la prima volta nella storia provano nostalgia per l’innocenza dell’infanzia e parallelamente per l’innocenza e la vita semplice dei popoli più primitivi e a maggior ragione degli animali selvatici. D’altronde l’uomo occidentale ha lo stesso atteggiamento paternalistico con i bambini, con gli animali e con i popoli colonizzati».

Ogni bambino, in fondo, è un bambino della giungla come Mowgli, libero, selvaggio e non ancora civilizzato dall’educazione. Ed è una storia coloniale quella di Babar, l’elefante creato dal francese Jean de Brunhoff nel 1931 e poi dal figlio Laurent e persino musicata da Francis Poulenc. Il giovane elefante Babar lascia la giungla, visita una grande città e ritorna con la moglie Celeste e i quattro figli Flora, Pom, Alexander e Isabelle per portare agli altri elefanti il beneficio della civilizzazione. «Una storia poetica, disegnata meravigliosamente ad acquerello - dice Castagnoli - ma molto paternalistica, in cui l’elefante è costretto a cambiare, abbandonare il suo essere selvaggio».

Già perchè l’elefante, come spesso il bambino - e qui forse sta il nocciolo profondo dell’identificazione - nelle nostre vite civilizzate si sente fuori posto, come nella proverbiale cristalleria. Non è forse una storia di difficoltà ad adattarsi quella del cucciolo

Dumbo, ridicolizzato per via delle sue grandi orecchie, nel cartone animato Disney enorme successo nelle sale cinematografiche statunitensi nel 1941, alla vigilia dell’attacco giapponese a Pearl Harbor? Il vecchio ordine mondiale sta per crollare mentre il piccolo goffo Dumbo separato dalla mamma, per solo amico il topolino Timoteo, sogna elefanti rosa dopo aver bevuto champagne e si prende la sua rivincita imparando a volare.

L’orgoglio della diversità - non per nulla siamo nel 1968 - diventerà il messaggio principale di in Elmer , l’elefante tutto colorato come un patchwork creato da David McKee. Un personaggio diventato una bandiera - è stato persino inserito nei programmi ufficiali degli asili infantili perchè «insegna che ogni persona è speciale, unica e diversa dagli altri e si deve lottare per mantenere la propria unicità e non appiattire la propria personalità». Ottime intenzioni e un pizzico di retorica. Lo stesso tema è trattato con sguardo laterale da Gilles Bachelet in Il mio gatto è proprio matto : un gatto che ha paura dei topi, è molto goffo e ingombrante e soprattutto... ha la proboscide. Protagonista del libro infatti è in realtà un elefante, che inutilmente il suo padrone cerca di considerare un aggraziato animale «domestico». Ma gli elefanti non sono animali domestici e neanche i bambini. Eppure dondolano sopra fili di ragnatela come nessun adulto civilizzato sa più fare.


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