fratello elefante

Sacro come un dio e paziente come un operaio

Il Grande Elefante Indiano è quello che acciuffa la banconote da 10 rupie, nel suggestivo tempio di Tiruvannamalai, e con la morbida proboscide ti accarezza la testa dalla fronte alla nuca. Sembra quasi stia sorridendo. È quello che sbuca nella Città Bianca di Pondicherry, riempiendo il vicolo con la sua mole, in marcia verso il tempio del dio Ganesh, e ti fissa con un’occhiolino intelligente.

Ma è anche quello che ti dà il batticuore quando carica furente la jeep nella riserva naturale di Nagar Hole nel Karnataka, perché crede tu abbia scambiato il suo piccolo per una preda. Ti lascia andare, dileguandosi tra il verdume della foresta, facendo scoppiettare rami e radici secche sotto le zampe, mentre le cime degli alberi ondeggiano lasciando passare il più imponente mammifero terrestre.

Il Grande Elefante Indiano è anche quello che accompagna stoico i turisti nella sua groppa, salendo con il passo di chi è sulla strada giusta verso il Castello del Maharaja di Amber, nel Rajasthan. Un fotografo gli danza tra le gambe, infastidendo i turisti con il suo “One photo! One photo!,” ignorato dalla pachidermica flemma.

L’Elephas Maximus Indicus va, continua, sale, porta pazienza e accoglie nella sua vita quotidiana l’ammirazione di queste scimmiette intelligenti, gli umani, che per fare il tour dei giardini nel Palazzo di Mysore s’inerpicano fino a una seggiola legata al suo dorso. È il veicolo di tante processioni religiose, che a volte porta lo sposo all’altare, nelle cerimonie nuziali. Oppure è l’animale-operaio che sposta ancora tronchi nei boschi, graffiato dal conducente con un’uncino metallico.

Giostre animali, ma anche una delle bestie più sacre dell’India. Nel Buddismo è simbolo di forza mentale, aspirazione miracolosa, sforzo, intento e analisi. Fin dall’antichità, difese i regni indiani dalle minacce esterne, sconfiggendo l’imbattibile esercito di Alessandro Magno. Già nel sesto secolo a.D., il saggio Palakapya descriveva l’elefantiaco splendore nel “Gajashastra.” Nei testi sanscriti il Gajagamini, il passo da elefante negli umani, è simbolo di grazia ed eleganza. I poeti Valmiki e Kalidasa vedevano nelle nuvole monsoniche “masse di elefanti che si raggruppano sulle colline.” Da sempre è associato a Ganesh, dio dalla testa d’elefante che mette e toglie gli ostacoli.

Memoria, saggezza, forza possente. Forse è per questa venerazione che nelle 29 riserve naturali per elefanti, sparse in 23 stati, i turisti indiani restano senza parole per lunghi secondi, lasciandosi ammaccare la macchina da colpi d’anca, zampa e proboscide, prima d’ingranare la retromarcia.

In India ne sono rimasti poco più di 30 mila. Ricadono in due categorie. Ce ne sono 3600 in cattività, ammaestrati fin da piccoli dai loro Mahout, custodi e conducenti che crescono assieme al loro animale, passandosi il mestiere di padre in figlio. In questa categoria. ci sono gli elefanti statali che vivono negli zoo, negli allevamenti delle foreste e nei templi di proprietà pubblica, e quelli privati che lavorano nei circhi, come attrazioni turistiche, con mendicanti ambulanti o usati per festival religiosi e matrimoni nei templi privati.

E poi ci sono gli elefanti liberi. Nelle foreste assediate dall’inurbamento, quest’anno ne sono rimasti 27.312, una riduzione del 10 per cento dal 2012. Sempre di meno e sempre più in conflitto violento con gli umani. Elefanti che vengono uccisi e che uccidono.

Ne stanno morendo 80 l’anno tra scosse elettriche, avvelenamenti, treni che li investono. E vengono braccati dai cacciatori d’avorio, alterando il rapporto maschio/femmina da 1 a 6 a 1 a 122.

Sono sempre più affamati, perché gli sconfinamenti di chi vive ai margini delle riserve in baraccopoli che diventano contrade, villaggi e periferie, riducono la possibilità di trovare i 150 chili d’erba di cui i pachidermi hanno bisogno quotidianamente.

Trovando insediamenti umani nei “corridoi degli elefanti,” dove gli animali transitano stagionalmente, i bestioni affamati si spingono a fare razzie nelle coltivazioni illecite. I contadini reagiscono per difendere il raccolto e le case, cercando di spaventare gli elefanti con fuochi d’artificio e grida. La mandria carica. E massacra.

Sono circa 500 gli indiani uccisi ogni anno dagli elefanti, secondo il Ministero dell’Ambiente indiano, in un rapporto di convivenza sempre più difficile, con la costante crescita demografica che soffoca le riserve, che esige spazi, cementando, disboscando, reclamando per sé quello che era il Regno del Grande Elefante indiano.


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