fratello elefante

Le farfalle del Gran Paradiso anticipano i destini nella savana

Ricordo che quando ero piccola, più di vent’anni fa, sentivo spesso parlare della possibile estinzione degli elefanti causata dal bracconaggio per il commercio dell’avorio. Oggi gli elefanti africani sono classificati come specie a rischio anche perché molto sensibile ai cambiamenti climatici, soprattutto alla scarsa disponibilità di acqua che deriva da condizioni di siccità, sempre più aspre in alcune zone per via dell’innalzamento delle temperature, e ad altre azioni antropiche come la deforestazione. La perdita di biodiversità non riguarda però solo le grandi specie, che fanno spesso più scalpore o forse rimangono semplicemente più impresse come elefanti, leoni, tigri o rinoceronti. Riguarda anche specie come gli anfibi, che sono tra quelle più colpite (41% delle specie è a rischio) e tra cui spiccano le rane in tutte le fasi della loro vita (compresi i girini), gli insetti come le farfalle e le falene, le api, i coleotteri, la fauna microscopica che neppure vediamo, gli invertebrati. Studi pubblicati su riviste internazionali indicano che ogni anno vengono perse tra le 11.000 e le 58.000 specie sulla Terra. Numeri inimmaginabili.

La scomparsa delle specie dagli ecosistemi e la perdita di biodiversità, causate in grande parte dallo sviluppo demografico ed economico delle società umane negli ultimi due secoli e dal conseguente aumento di temperatura al livello globale, stanno rendendo gli ecosistemi meno ricchi di varietà, meno specifici e più “banali”, e così anche meno efficienti nel fornire i beni e i servizi di cui usufruiamo e che spesso diamo per scontati.

Tutti gli ecosistemi stanno andando incontro a questa crisi ma alcuni rappresentano vere e proprie sentinelle dei cambiamenti in corso. Le regioni montane di alta quota per esempio, dove la temperatura nell’ultimo secolo è aumentata di più, anche del doppio, che nelle aree circostanti o rispetto all’aumento medio che si è registrato su tutto il globo (circa +1°C rispetto al periodo pre-industriale). L’amplificazione del riscaldamento alle alte quote sta avendo una serie di impatti che vanno dal ritiro dei ghiacciai alla riduzione della profondità e durata del manto nevoso, da effetti sull’ecosistema animale e vegetale (come lo spostamento verso le quote più alte di piante e animali per compensare gli effetti di un clima più caldo) alla perdita di biodiversità, da ripercussioni negative sul turismo, attività ricreative, economia, all’aumento di rischi naturali in alta montagna.

La perdita di biodiversità montana e altri cambiamenti riscontrati in piante e animali di alta quota sono forse meno immediati da capire e meno facili da vedere rispetto al ritiro di un ghiacciaio o la scomparsa della neve. Eppure la riduzione del manto nevoso può avere effetti importanti nello sviluppo di piante e animali (soprattutto invertebrati) oppure determinare episodi di sfasamento tra le componenti di un ecosistema che si verifica quando esse non rispondono in modo sincrono a un cambiamento (pensiamo ad esempio a ciò che accade quando le erbe fioriscono prima del normale ma gli insetti impollinatori non mutano le loro tempistiche).

Nelle montagne, da sempre considerate un vero e proprio concentrato di biodiversità per la loro eterogeneità e la varietà di ambienti diversi alle diverse quote, alcune specie di uccelli, di farfalle e di flora sono in serio pericolo per i cambiamenti climatici e stanno già scomparendo. È il caso delle Alpi ad esempio, e in particolare del Parco Nazionale del Gran Paradiso dove da anni il mio Istituto del CNR effettua studi di impatti del cambiamento climatico sulla biodiversità in collaborazione con i biologi e i ricercatori del Parco.

La perdita di biodiversità montana, unita a quella che si sta verificando in tutti gli ecosistemi della Terra, da quelli aridi e semi-aridi, alle foreste, a quelli costieri e lagunari, alle savane costituisce uno dei problemi globali più rilevanti legati ai cambiamenti climatici e ambientali. La biodiversità è frutto dell’evoluzione ma allo stesso tempo ne è anche il motore. Molti scienziati sostengono che la biosfera stia attraversando, o sia molto vicina a farlo, la sesta estinzione di massa, testimoniata proprio dalla quantità di specie che sta scomparendo e dai ritmi molto rapidi con cui ciò sta avvenendo.

E a causarla sarebbe una sola delle specie viventi presenti sulla Terra, l’essere umano, che in un paio di secoli è riuscito a modificare pesantemente l’ambiente, inquinando, deforestando, sfruttando i suoli, immettendo anidride carbonica (CO2) in atmosfera e contribuendo con le sue attività al riscaldamento globale.


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