fratello elefante

I maschi litigano e fan politica le matriarche guidano il gruppo

È un vero benvenuto in pompa magna quello che un branco di elefanti riserva al nuovo arrivato. In principio sembra una carica, con cinque elefantesse vocianti e due piccoli al seguito lanciate a tutta velocità. Si dirigono verso il recinto che ospita Dok Geaw, elefantino orfano di quasi due anni. Una volta lì, le femmine si fanno silenziose e, con le proboscidi, toccano e annusano l’elefantino. Questi animali, i più grandi mammiferi terrestri, possiedono stupefacenti capacità empatiche e sociali. «Vivono in branchi di femmine molto longeve, che possono raggiungere i settant’anni, mentre i maschi intorno ai 14 anni vengono cacciati dal gruppo e, pur formando temporanee bande giovanili, tendono a essere più solitari» racconta l’etologo Enrico Alleva dell’Accademia dei Lincei. «Le matriarche guidano il gruppo e conservano la memoria del passato, come quella relativa alla localizzazione di sorgenti d’acqua, dove portano il gruppo in caso di siccità». Inoltre, «mamme, zie e nonne sono modelli comportamentali per i piccoli».

Gli elefanti hanno un udito finissimo, in grado di percepire gli infrasuoni, e ciò permette loro di sentire cosa accade anche a grandi distanze. Secondo lo studioso di scienze ambientali Michael Garstang, ciò spiegherebbe come riescano a mettersi in marcia sempre molto prima dell’arrivo delle perturbazioni. Non percependo le basse frequenze, l’uomo non si è accorto subito delle loro intense comunicazioni: tra barriti e brontolii, gli elefanti sono invece dei grandi chiacchieroni. E vivono in comunità caratterizzate da coalizioni, coordinamento e cooperazione che richiamano gli stili della “politica” umana. Il rango delle femmine dipende da tratti stabili, come l’età e la famiglia di appartenenza, e non risente delle lotte di potere, che si osservano però tra i maschi. «E, comunque – puntualizza Alleva - oltre che di forti vincoli interni al gruppo, gli elefanti sono capaci di alleanze anche tra gruppi lontani, non imparentati».

Numerose evidenze della collaborazione tra esemplari sono state raccontate dall’etologia Cynthia Moss, associata per antonomasia agli elefanti per i suoi decennali studi sul campo. Le femmine lavorano insieme per il bene collettivo e, ad esempio, quando si preparano a una carica si guardano reciprocamente come per assicurarsi di essere tutte pronte all’azione. Una dimostrazione delle capacità di cooperazione sociale viene dagli esperimenti di Joshua Plotnik della Mahidol University, in Thailandia, che ha messo coppie di animali in una condizione in cui, per ottenere del cibo, era necessario avvicinare a sé un carrello tirando contemporaneamente le due estremità della corda che lo avvolgeva. Un animale impaziente, che avesse tirato il suo capo, avrebbe sfilato la corda, restando a bocca asciutta insieme al compagno. Tutti i partecipanti all’esperimento hanno immediatamente capito che collaborare era necessario e hanno saputo attendere l’arrivo di un partner per eseguire il compito.

Studi controllati come questo sono piuttosto recenti e confermano le narrazioni delle popolazioni asiatiche, abituate a vivere a stretto contatto con questo possente animale dalle sofisticate capacità cognitive, di comprensione e risoluzione dei problemi anche complessi. Perché tanto ritardo? Non si è tenuto conto che la percezione dell’elefante è diversa dalla nostra, il suo mondo è soprattutto acustico e olfattivo, l’organo prensile di cui si serve è il naso, la proboscide, con cui però non è avvezzo a fabbricare o usare strumenti. Chiedergli di afferrare del cibo con un bastone, per testare la loro intelligenza come si è fatto in passato, è un po’ come chiedere a un uomo bendato di aprire la porta con le orecchie. Insomma, non era l’elefante a non capire il problema, ma i ricercatori a non capire l’elefante.

Oggi sappiamo che, come le grandi scimmie, i delfini e i corvi, i pachidermi superano il test dello specchio e riconoscono se stessi nella figura riflessa. I ricercatori della Scuola di Cambridge sono andati oltre, sottoponendo gli elefanti a un test simile, ma di consapevolezza corporea, brillantemente superato. Riconoscersi come diversi dagli oggetti circostanti ha implicazioni profonde perché è indice del possesso di un certo grado di auto consapevolezza.

E che dire delle strazianti scene di elefanti che, in cerchio, stazionano in piedi e in silenzio attorno alla carcassa di un compagno? Essi ritornano a visitare ossa e zanne di morti della loro specie ma non sembrano distinguere quelli dei propri parenti stretti, e si agitano se incontrano i resti di un altro elefante. Esemplari sarebbero i rituali funebri, osservati proprio da Cynthia Moss nell’Amboseli National park, in Kenya. Una risposta che rimane tutta da indagare, ma alquanto significativa, se si pensa che la consapevolezza della morte finora è stata osservata solo nelle scimmie antropomorfe ed è spesso menzionata come la ragione per la quale gli esseri umani avrebbero sviluppato la religione.

Secondo l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), gli elefanti africani sono a rischio estinzione. In pericoloso declino anche in Asia. Anche qui, essi mostrano le loro enormi capacità: riconoscono le voci del nemico umano e reagiscono diversamente sulla base dell’età, del sesso e dell’etnia dei parlanti che odono. La loro adattabilità è tale che, per mettersi al sicuro dai bracconieri e trafficanti d’avorio, quelli africani hanno iniziato a muoversi, alimentarsi e accoppiarsi di notte. Questa rapida alterazione delle loro abitudini potrebbe avere delle ripercussioni importanti sulla loro sopravvivenza. Ma a minacciarli non è solo la caccia e, in Asia, la riduzione degli habitat. Il loro essere animali empatici e sociali, Alleva parla di “network degli affetti”, li porta a soffrire terribilmente la cattività. Un dato per tutti: se catturato, la vita media di un elefante si dimezza, si riduce ancora di più se nato in cattività. Forse legislatori e cittadini dovrebbero iniziare a tener contro di quanto gli studi etologici ci hanno svelato di loro.


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