fratello elefante

Da 45 mila anni è caccia aperta

Se avete fuso insieme naso e labbro superiore a formare una sensibilissima proboscide, se gli incisivi superiori vi crescono senza fine e diventano zanne, se al posto del radiatore per raffreddarvi usate giganteschi padiglioni auricolari, se in comunità dovete obbedire alla vostra matriarca, allora siete un elefante africano, cioè un carismatico e intelligentissimo mammifero erbivoro appartenente all’ordine dei proboscidati. Della loro famiglia di specie, un tempo fiorente, restano oggi soltanto due forme: l’elefante asiatico (più piccolo e diviso nelle varianti indiana, di Ceylon, del Borneo e di Sumatra, tutte a vario titolo minacciate) e il più grosso elefante africano (diviso nelle sottospecie di savana e di foresta), popolarissimi e involontari attori principali in quasi tutti i giardini zoologici del pianeta.

I loro primi antenati sono in circolazione da almeno 50 milioni di anni. In seguito cominciarono a crescere di stazza, fino a raggiungere le dimensioni ragguardevoli (anche 5 metri al garrese) dei mastodonti americani, dei gonfoteri, degli stegodonti e dei mammut. Ma i giganti con proboscide alla bisogna seppero tornare piccoli. Se ti ritrovi bloccato su un’isola, per esempio, conviene ridurre il fabbisogno energetico e accelerare il ritmo di riproduzione. Ecco perché mezzo milione di anni fa in Sicilia e a Malta (e su molte altre isole nel mondo) abitavano elefanti nani. La scatola cranica presentava una grande apertura sulla fronte, corrispondente all’attaccatura della proboscide. Così i loro antichi crani scoperti dai greci, che non li avevano mai incontrati perché già estinti, furono interpretati come teschi di uomini giganteschi con un unico occhio, dando forse origine alla leggenda dei Ciclopi.

I cugini stretti degli elefanti asiatici erano quei mammut che vagarono per decine di migliaia di anni nell’emisfero settentrionale, seguendo le oscillazioni climatiche. Quando in Europa la calotta di Barents scendeva fino in Germania e in Inghilterra, si spinsero fin nel cuore della nostra penisola. Un manipolo di loro riuscì a rifugiarsi, dopo la fine dell’ultima glaciazione 11.700 anni fa, nella penisola e poi isola di Wrangel, un angolo sperduto dell’Artico siberiano orientale dove i cacciatori paleo-eschimesi sarebbero arrivati soltanto tremila anni fa. Su Wrangel i mammut, un po’ rimpiccioliti anche loro, resistettero fino a meno di 4000 anni fa, sfiorando così la storia delle civiltà umane.

Non lo si direbbe, ma i loro cugini solo di poco più lontani sono i lamantini, le procavie, le talpe dorate, i formichieri e i toporagni elefanti (va be’ qui era facile indovinare). Benché siano i più imponenti animali di terra ferma, il bipede sociale Homo sapiens li caccia da millenni. L’anno scorso la rivista Science annunciò la scoperta di un giovane maschio di mammut lanoso ferito da precisi colpi di lancia nei punti sensibili, poi inseguito mentre si dissanguava, finito e macellato sul posto da un agguerrito gruppo di nostri simili. Questa cruenta scena di umana cooperazione si è consumata ben 45mila anni fa in un luogo impensabile: su una scogliera ghiacciata della baia dello Yenisei, sul mare di Kara, porzione siberiana del mar Glaciale Artico, a un paio di km a nord della stazione meteorologica polare di Sopochnaya Karga, a 71 gradi di latitudine nord (più a nord di Capo Nord per intenderci). Da quelle parti adesso nel giorno più caldo dell’anno ci sono meno 22 gradi, figuriamoci nelle ere glaciali. Eppure nemmeno in quei luoghi estremi i mammut erano al sicuro da noi.

Quaranta millenni fa li si cacciava per sopravvivere e del mammut non si buttava via niente (zanne, carne, grasso, pelliccia, con un mammut ci si viveva). Oggi invece l’umana stupidità si è evoluta a tal punto che i bracconieri massacrano circa 20.000 elefanti all’anno esclusivamente per l’avorio (ma qualcuno la chiama legge della domanda e dell’offerta). Prima di diventare un lontano ricordo nei musei naturalistici del futuro, resteranno per qualche tempo negli zoo come tristi trofei dell’avidità del sedicente sapiens.


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