fratello elefante

Annibale non fu il primo

Nell’aprile 2016 la stampa italiana diede ampio risalto alla scoperta di un microbiologo dell’università di Belfast, che sosteneva di aver trovato al colle delle Traversette, sotto il Monviso, odorose tracce del passaggio dell’esercito di Annibale. «La prova? Feci lasciate dagli elefanti» titolava un grande quotidiano milanese. È dal tempo di Jurassic Park che una montagna di escrementi di pachiderma non suscitava tanto entusiasmo. Controllando meglio, si scopriva che lo strato ritrovato dall’ottimo professor Allen era costituito in realtà da letame di cavallo, seppur vecchio di duemila anni; ma tutti quanti avevano subito pensato agli elefanti, tale è il fascino che l’impiego di questi bestioni in guerra continua a esercitare sulla nostra immaginazione.

Senza dubbio, quel fascino dipende anche dal fatto che sono sempre gli altri, i nemici barbari e crudeli, a usare gli elefanti. Alessandro Magno li incontrò a Gaugamela, al momento dello scontro decisivo con Dario, e ne fu così impressionato che alla vigilia della battaglia sacrificò al dio della Paura, per implorarlo di non gettare nel panico il suo esercito. Quando la sua cavalcata giunse all’Indo, l’esercito del re Poro che tentò di sbarrargli la strada e difendere il Punjab dall’invasione ne comprendeva addirittura un centinaio. Alessandro vinse anche quella volta, ma quando seppe quanti elefanti possedevano gli altri re dell’India, secondo Plutarco si spaventò, e decise di rinunciare a ulteriori conquiste. I generali macedoni, debitamente impressionati, fecero buon uso degli elefanti nelle guerre con cui si spartirono il mondo dopo la morte del re; Antioco Eupatore li usò per stroncare la rivolta dei Maccabei in Giudea, e Pirro, re dell’Epiro, li portò in Italia a terrorizzare i romani.

Annibale quindi non era il primo, ma i suoi elefanti sono rimasti i più famosi, forse solo perché passarono le Alpi. Eppure non dovevano essere poi così mostruosi: appartenenti a una sottospecie oggi estinta che abitava il Nordafrica, erano più piccoli dell’elefante africano attuale e perfino dell’elefante asiatico di cui facevano uso i sovrani d’Oriente. Oltretutto erano alquanto delicati: come i panzer della Wehrmacht nell’inverno russo, i bestioni non sopravvissero al primo inverno in quella terra gelida e piena di neve che era allora la Pianura Padana. Annibale ne ebbe degli altri solo quando dovette tornare in Africa ad affrontare Scipione, alla battaglia di Zama. Il fatto che quella volta l’Africano si sia sbarazzato dei pachidermi col semplicissimo stratagemma di ordinare ai suoi legionari di aprire le file per lasciarli passare mette fine, in genere, alla carriera degli elefanti nei nostri ricordi scolastici: se ci voleva così poco per renderli innocui, non dovevano poi essere una tale minaccia! Così il cerchio si chiude e l’arma diabolica impiegata dai perfidi nemici viene ridotta all’impotenza dal genio latino.

Peccato che, a quanto risulta, appena sconfitto Annibale i romani abbiano immediatamente proceduto ad arruolare gli elefanti nel loro esercito, impiegandoli con successo nelle guerre contro i macedoni e i seleucidi. A loro, evidentemente, non sembrava affatto un’arma superata. I pompeiani li usarono contro Cesare alla battaglia di Tapso, e Cesare stesso, a quanto pare, se ne portò almeno uno quando invase la Britannia. Chi di voi lo sapeva? Nessuno, immagino: nel nostro immaginario, i romani queste cose non le fanno.


[Numero: 96]