merkel 40 le virtù del camaleonte

Un mix di fortuna, autorevolezza bravi imprenditori e discrete eredità

A quali precise scelte di Angela Merkel si debba il corrente successo economico della Germania è difficile dirlo. Perlopiù si sente ripetere che la cancelliera ha raccolto i frutti delle riforme adottate dal suo predecessore, il socialdemocratico Gerhard Schroeder (1998-2005).

È un paradosso attraente. Il governo più a sinistra che la Repubblica federale abbia mai conosciuto, la coalizione rosso-verde con il sessantottino Joschka Fischer vicecancelliere, ridimensionò lo Stato sociale con l’«Agenda 2010»; la sinistra ne ha sofferto, perdendo voti e cancelleria, l’economia ha prosperato.

Eppure recenti studi mettono in dubbio che quelle riforme siano state risolutive. La moderazione salariale, grazie a cui le imprese tedesche hanno esportato merci di qualità a prezzi contenuti, rimonta a prima, alla metà degli Anni 90. Ha più a che fare con la riunificazione del Paese. Alla pressione al ribasso sui salari esercitata dal più povero Est si sono sommate abili scelte degli imprenditori, che hanno accresciuto la produttività e ridotto i costi decentrando nei Paesi vicini. E poi la fortuna: i Paesi emergenti volevano i macchinari che la Germania meglio di tutti sa fare. Le riforme di Schroeder avevano spinto i disoccupati a darsi più da fare per cercare un impiego, avevano migliorato i servizi che li aiutano a trovarli. Hanno permesso molti «mini-jobs», lavori a bassa paga, ma senza concentrare il trattamento di serie B tra i giovani o in alcune zone del Paese.

Sta di fatto che, con Merkel alla guida, la Germania è stato l’unico Paese euro a superare la grande crisi senza un aumento della disoccupazione. Le disuguaglianze sociali che si allargavano sono state poi temperate con il salario minimo imposto nel 2015 dagli alleati socialdemocratici. La cancelliera ha potuto proseguire tranquilla nel rigore di bilancio tradizionale del suo partito. Per anni un Paese soddisfatto non le ha chiesto quegli ampi sgravi fiscali che il bilancio pubblico in attivo avrebbe permesso senza rischio. Solo ora in campagna elettorale si comincia a prevederne.

Casomai nei tedeschi resta la paura – infondata – di dover pagare più tasse per soccorrere gli Stati deboli dell’euro. È la conseguenza distante della “Steuerluege” del 1990, quando il cancelliere Kohl incautamente promise che la riunificazione non sarebbe costata nulla ai contribuenti dell’Ovest. La crisi dell’euro purtroppo Angela Merkel aiutò a precipitarla, prima respingendo interventi comuni per le banche, poi con la dichiarazione di Deauville nell’ottobre 2010 (una volta salvate le banche tedesche, in futuro i creditori dei Paesi deboli non sarebbero stati rimborsati per intero). Ai suoi compatrioti invece non è piaciuta – ma gliela perdonano – la tacita e saggia scelta con cui ha riparato all’errore: lasciar agire Mario Draghi, prima nel 2012 a salvataggio dell’euro, poi nel 2015 per alimentare con più moneta la ripresa economica.

Nella propaganda elettorale, il suo partito vanta l’aumento dell’occupazione giovanile e un record di occupati. Difende i «mini-jobs»: non è precariato, sono occasioni a tempo parziale offerte a mamme e pensionati, «ponte verso il lavoro» per studenti e disoccupati. In un Paese in cui la classe dirigente non è screditata, e i meriti del successo sono diffusi, la cancelliera ha insomma saputo offrire sicurezza senza blandire il lato peggiore dei tedeschi, il senso di superiorità sulle nazioni vicine.


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