merkel 40 le virtù del camaleonte

Quei paesaggi socialisti delle infanzie Ddr

Era stata credula come una bambina, come fare a perdonarselo! Si era lasciata abbindolare da tutte quelle chiacchiere – chiacchiere, questo erano: che l’uomo è buono, purché gli se ne dia la possibilità. Che sciocchezze! Come era stupida la speranza che quell’egoismo nudo e crudo dipinto sulla faccia della maggior parte della gente potesse, un giorno, tramutarsi in comprensione e bontà.

Era stata sconfitta, come probabilmente ciascuno all’infuori di lei aveva previsto, e non le rimaneva altro che sottrarsi almeno alle conseguenze. Non ne valeva la pena.

La sua forza morale, a un tratto, era totalmente esaurita. Andò a casa, come se tutto fosse già stato ponderato; riempì la sua logora valigia, lasciò inosservata la villa e raggiunse il treno notturno, che fermava nella sua cittadina. Rimase per alcune ore raggomitolata, infreddolita, in un corridoio della stazione esposto a tutte le correnti d’aria, perché nelle piccole città non si è organizzati per i viaggiatori notturni e disperati. La sua memoria, che funzionava a sua insaputa, le suggerì in tempo che a quell’ora passava per i paesi il camioncino del latte, proveniente dalla latteria. L’autista era ancora il medesimo. La conosceva, e così poté poi star seduta bene, al caldo e finalmente in pace, tra lui e il suo accompagnatore dentro la cabina del camion. Facevano dei giri viziosi prima di arrivare al paese, ma a lei non importava.

Schiariva lentamente, un albore brumoso, grigio e lattiginoso. Poi vennero i colori. Dapprima quelli artificiali: il rosso dei tetti ricoperti a nuovo, ai margini dei villaggi, il verde delle staccionate, una insegna. Più tardi, i colori pastellati della campagna: il grigio scuro e greve dei campi contro il cielo grigio pallido che schiariva a vista d’occhio, in cui sfrecciavano ancora muti gli uccelli, le macchie dei faggi snelli color mogano, lungo le strade; e alla fine un’ombra di azzurro sopra il limitare del bosco sfrangiato di scuro, davanti a cui, qualsiasi cosa accadesse, vicino a un salice sfilacciato dal vento la strada girava a destra, leggermente ripida, poi subito in discesa verso un paesino, ch’era rimasto coscienziosamente al suo posto, che bastava attraversare per entrare, in fondo alla sua punta estrema, in questa piccola, indicibilmente piccola casa, e trovarvi tutto ciò di cui un essere umano ha bisogno.

Rita dormì tutto il giorno e la notte seguente. Si destò al suono delle campane, la mattina della domenica. Nulla era dimenticato ma ella sentiva nettamente come aveva fatto bene a venire là. Quell’alta cupola celeste lievemente velata, l’elemento più importante di questo paesaggio che, indenne da blocchi di case e da ciminiere, era corretto da un tratto dolorosamente noto – il bosco, i campi e una piccola fila di alture – inavvertitamente disponeva ogni cosa intorno a un punto focale naturale, non consentendo l’insorgere di tormentosi crucci individuali. Rita percorse in lungo e in largo il paesaggio della propria infanzia: per un’ora, in tutte le direzioni. Sorrideva. Un piccolo regno! E come risultò, niente affatto intangibile. La gente che incontrava strada facendo era riboccante di novità. Tutti apparivano più eccitati di come li conosceva Rita. Taluni tenevano la mano davanti alla bocca nel sussurrarle qualcosa, altri s’interrompevano a metà della frase, si mettevano in ascolto e poi proseguivano la strada scuotendo il capo. Mai si era accorta che vi fossero tanti bambini.


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