merkel 40 le virtù del camaleonte

Più che guidare sa seguire. Ecco il segreto della sua longevità

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Ci siamo abituati, negli ultimi tempi, a tante campagne elettorali al cardiopalma. I britannici con il loro voto sulla Brexit, gli austriaci che dovevano scegliere il presidente fra il populista dei Freiheitlichen e il verde Van der Bellen, i francesi, posti davanti all’alternativa fra Macron e Le Pen, e infine gli americani con la loro scelta di Trump ci hanno tenuti tutti con il fiato sospeso.

Non si può dire la stessa cosa dei tedeschi. Votano dopo una campagna elettorale degna di passare alla storia come la più noiosa ed anestetizzante mai vista ed esprimeranno un voto dall’esito largamente scontato: Angela Merkel, in carica dal lontano 2005, avrà un quarto mandato come capo del governo tedesco. Non a caso la Merkel in campagna elettorale non si espone più di tanto perché sa benissimo di essere lei stessa («mi conoscete») la principale promessa elettorale. Il suo sfidante, Martin Schulz che ha vissuto un breve boom nei primi mesi del 2017, non si discosta più di tanto da lei, anzi dice espressamente che la Merkel nel complesso ha «governato bene». Ma allora perché cambiare?

I tedeschi dopo una campagna elettorale degna di passare alla storia come la più noiosa ed anestetizzante mai vista ed esprimeranno un voto dall’esito largamente scontato: Angela Merkel, in carica dal lontano 2005, avrà un quarto mandato come capo del governo tedesco.

Giova a lei sicuramente il fatto che la Germania si presenta come paese in ottima salute. L’economia tira, l’export totalizza un record dopo l’altro, la disoccupazione – al 5,7% ad agosto – è ai minimi storici dall’unificazione. Giova a lei pure che invece il mondo si presenta alquanto instabile, che fra Trump, Putin ed Erdogan non mancano le sfide. Avere una cancelliera dalla lunga esperienza, dai nervi saldi, sembra una garanzia ai tedeschi. E giova a lei essersi creata la nomea di essere una politica del tutto pragmatica, post-ideologica, capace di ricredersi quando le sembra necessario. Non è stato sempre così. Ancora nel 2005, alla sua prima campagna elettorale come candidata leader, si presentò come neo liberista sfegatata – e quasi perse le elezioni. Ma era quella la data di nascita della Merkel che conosciamo oggi: di un’esponente politica che si presenta lontano da tutti i furori ideologici, che ha optato per una sorta di ecumenismo politico, che corregge, se necessario, anche in modo repentino le sue decisioni.

Ancora nel 2005, alla sua prima campagna elettorale come candidata leader, si presentò come neo liberista sfegatata – e quasi perse le elezioni. Ma era quella la data di nascita della Merkel che conosciamo oggi

I suoi detrattori affermano che più che guidare segue gli umori popolari. Dopo la catastrofe di Fukushima infatti lei, un tempo nuclearista convinta, opta per l’uscita dal nucleare. E nel 2015 sempre lei, fino ad allora a favore di una politica dell’asilo piuttosto rigida, apre le frontiere ai profughi – salvo poi affidarsi ad Erdogan (con tre miliardi di euro pagati dall’Ue) per fermare l’arrivo dei siriani. Proprio la crisi dei rifugiati ha creato una polarizzazione della società tedesca mai vista prima almeno dagli anni ’70, dai tempi della Ostpolitik di Willy Brandt: ha fatto da volano all’ascesa dei populisti di destra della AfD che, forti di una bella fetta di elettorato ex-Cdu, entreranno al Bundestag. Ma di nuovo la Merkel non ne è uscita danneggiata: perde elettori a destra, ma ne ha guadagnati al centro e a sinistra. Entrerà quindi nella Storia? Ha ottime chances di eguagliare il record di Helmut Kohl, cancelliere più longevo con 16 anni di governo, ma ancora non è ricordata per aver lasciato un segno duraturo alla stregua di Adenauer, cancelliere della ricostruzione postbellica e dell’integrazione della Bundesrepublik nell’Occidente, alla stregua di Brandt, cancelliere della Ostpolitik e dell’ampliamento degli spazi democratici, alla stregua di Kohl, cancelliere della riunificazione. È del resto molto probabile che abbia altri quattro anni a disposizione per poter iscrivere il suo nome nei libri di Storia.


[Numero: 95]