merkel 40 le virtù del camaleonte

“Misurata donna orientale” Così Kohl scelse la ragazza

Angela Merkel passerà alla Storia? Il quarto mandato da cancelliere, in Germania, rappresenta le colonne d’Ercole del potere, superate le quali il dilemma è soltanto se ci sarà fine ingloriosa – come è accaduto ad Helmut Kohl – o consacrazione assoluta – come non è accaduto a Helmut Kohl, l’unico del resto ad aver solcato il sedicesimo anno. Con il suo «Wir schaffen das», - noi ce la facciamo – pronunciato nell’agosto 2015 di fronte a una massiccia ondata di profughi che arrivava in Germania, Angela Merkel ha spiegato le sue vele. Molti tedeschi non gliel’hanno perdonata, altri vi hanno ravvisato il punto di massima sofisticheria del suo tanto celebrato tatticismo politico, altri ancora l’hanno ascoltata con disincanto e sorpresa. Ma quella frase, che ci si ostina ad analizzare dal punto di vista delle ricadute pratiche, ha in realtà l’obiettivo di sfidare la Storia, di scardinare l’immagine della buona amministratrice aiutata dalle congiunture e dalla teutonica dedizione alla causa per mettere al suo posto quella della statista, capace di incarnare una visione, e di cambiare il corso delle cose – o almeno, in questi tempi liquidi, la sua percezione. «Così Merkel è diventata la leader del mondo libero», scrisse qualche tempo dopo (novembre 2016) il Washington Post segnando un confine e dettando la linea all’opinione pubblica globale.

Ma se anche la Merkel non andrà nella Storia, la Storia è già andata dalla Merkel. Lo ha fatto il giorno in cui è nata, il 17 luglio 1954, ad Amburgo, città dell’Ovest, con la decisione di suo padre, il pastore evangelico Horst Kasner, di trasferirsi a Est, esattamente negli anni in cui centinaia di tedeschi correvano a Ovest (il muro di Berlino, ricordiamolo, fu eretto nell’agosto del 1961 anche per tentare di porre un freno all’emorragia di persone in fuga).

Bisognava essere dei pazzi, o dei visionari, per scegliere consapevolmente – essendo religiosi - di trasferire la propria famiglia in un paese in cui la religione era considerata l’oppio dei popoli. Ma Horst Kasner non era né l’uno né l’altro: credeva nei principi solidaristici del socialismo reale, ed era convinto che il protestantesimo ne potesse trarre nuova forza, così come era convinto che la mediazione con l’autoritarismo occhiuto della Ddr si potesse – e si dovesse - trovare. «Ha sempre lavorato molto – disse di lui la figlia Angela in una rara intervista su temi personali –. Il lavoro spesso lo teneva lontano dai doveri familiari». Tutto doveva essere sempre ordinato e perfetto, in casa Kasner: «La cosa che da bambina mi sorprendeva era il suo modo di ascoltare ed essere sempre comprensivo con tutti, ma se noi facevamo qualcosa di storto, allora la reazione era completamente diversa». La memorialistica ne parla come di “Kasner il Rosso”, ma probabilmente la realtà – stando anche ai racconti di Gerd Langguth, uno di più attenti biografi della cancelliera – era più sfumata: un uomo che traghettò la sua famiglia oltre la Ddr cogliendone sì alcuni privilegi (avevano un’auto e i figli frequentavano buone scuole pubbliche), ma senza rimanervi incagliato, in virtù di uno status – quello di pastore, teologo, ma anche fondatore di una comunità di disabili che aveva voluto vicino alla sua casa di Templin, nel Brandeburgo – costruito sulla forza di autentiche convinzioni lealiste.

Nella laudatio rivolta nel gennaio 2010 all’allora presidente della Repubblica Joachim Gauck, la cancelliera Angela Merkel suonò particolarmente affettuosa, e solo chi è abituato a sentire tutti i suoi discorsi – mai particolarmente brillanti o empatici – registrò che l’inaspettata dolcezza proveniva in realtà dall’uso quasi privato del pronome “Wir”, noi. «Noi che sappiamo», «noi che abbiamo vissuto», «noi che eravamo cittadini della Ddr». Il vento dell’Ovest, che Angela respirò dal primo momento della caduta del muro, con un impegno immediato nelle file della Cdu, non poteva comunque spazzare via tutto. Tra Gauck e lei ci sono state più differenze che punti di contatto: lui era un attivista protestante, e prima uno studente ribelle, un “grossmaeulig”, dalla lingua lunga, lei invece diligente, misurata, portata al negoziato fin da ragazzina. Anche i padri non potevano essere più diversi: se il pastore Kasner detestava le teste calde e in famiglia invitava a coltivare l’arte dell’ascolto e del compromesso, Herr Gauck passò dalle prigioni inglesi nel 1946 al gulag siberiano di Stalin, da cui tornò quando suo figlio aveva quindici anni: «Era un uomo diverso, ma “innerlich frei”, libero dentro», disse più tardi Joachim di lui. Malgrado infanzie tanto distanti, il “noi” continua a essere la cifra che li contraddistingue, lo sguardo d’intesa che ha consentito, nel tempo, scambi anche duri (non sul tema dei migranti, però, dove Gauck ha subito sostenuto la linea della cancelliera), tanto che per un politico di medio corso della Cdu come Guenther Nooke (classe 1959), «Merkel e Gauck hanno molte più identità che differenze».

Nel 1990, già attiva nella Cdu della Germania Est da poco riunificata, in qualità di portavoce del governo, accompagnò in Russia Lothar de Maiziére, ultimo premier della Ddr e cugino dell’attuale ministro degli interni Thomas. «Angela parlava correttamente il russo – ha ricordato di recente Lothar in un’intervista – e rimase molto male, lei che era una grande sostenitrice della perestrojka, quando capì che i russi invece la vivevano malissimo». «Dicono che Stalin ha vinto la guerra e Gorbaciov la sta perdendo», fu una delle cose che gli riferì. Quanti fatti, solo fino a quel momento, nell’esperienza politica della giovane Merkel: la convivenza con il comunismo sotto il mantello protettivo del protestantesimo, il sogno della perestrojka, la Ddr percepita come trofeo di guerra da parte dei russi, e i piedi già ben piantati nella Cdu, il partito conservatore cattolico dell’Ovest più postbellico che ci potesse essere. Eppure, nella vicenda politica di Merkel, per tutto c’è spazio tranne che per la nostalgia. Deve essere una questione di temperamento: c’è ancora della Ddr in lei, dagli acquisti alimentari all’emporio sotto casa allo stile delle giacche, fino al taglio “VorKuHiLa” (Vor Kurz Hinter Lang, davanti corti e dietro lunghi, come si usava all’Est), ma mai una volta, pubblicamente, si è lasciata andare all’Ostalgie, neanche per salvare ciò che di buono eventualmente ci fosse stato.

«Dopo la prima elezione della Germania riunificata Kohl venne da me – ha raccontato ancora Lothar de Maiziére – e mi disse di voler dare un incarico soft a una donna dell’Est. Alle parole: “Misurata, donna, orientale” pensai subito a lei: “La dottoressa Merkel, è intelligente”. “Beh, allora la prendo”, fu la sua risposta». A detta di de Maiziére – ma anche di biografi come Gauland e Eisel - a Kohl non interessava la politica interna, i suoi rapporti privilegiati erano con Mitterrand, Bush, Gorbaciov, «ha sempre pensato a finire nei libri di Storia». Angela sembra diversa, ma uno che la conosce bene come Michael Stuermer, e che in più occasioni ne ha criticato la postura camaleontica, dice – e molti altri sarebbero d’accordo - che si farebbe un errore nel giudicarla dal suo sistema di relazioni: «Die ist sie selbst und kein anderer», lei è lei, e nessun altro.


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