cheeeese sorridete la vita è cruda

Ho fatto un sogno

Ho un sogno. In questo sogno ci sono io che invito a pranzo i miei amici più fidati, che sono Moreno e Gipi e li conosco da quando andavamo alle elementari e ci rubavamo le figurine tra di noi ma poi ce le rendevamo tutte quante o quasi. Nel sogno apparecchio per tre, tre bicchieri, tre francesini dal culo bello spesso che non si trovano più ma io ho la mia riserva, tre piatti pari e tre coltelli, coltelli alla vecchia maniera con il filo ben fatto, niente forchette e cucchiai perché non ce n’è bisogno, e al fianco del mio posto poggio un pane di Vinca, un pane tondo da due chili, me lo tengo vicino perché solo io so come va spartito, io so tagliarlo a fette lunghe due palmi stringendomelo al petto come i veri uomini, quelli che il pane se lo guadagnavano per davvero.

I miei amici entrano in cucina e io li faccio sedere mentre stappo una bottiglia di rosso delle mie parti, quindi piuttosto pallido e scipito, ma netto, pulito, sa di uva fermentata e basta, e ne sa il minimo necessario. Assaggiano il vino, fanno un po’ di smorfie e si dicono tra loro le cazzate che sono le stesse da sessant’anni, e io intanto porto in tavola il piatto unico del giorno, chiedo il passo e faccio un po’ fatica a non inciampare perché peserà una dozzina di chili. Sogno che il piatto del giorno è un quarto di forma di parmigiano reggiano di vacca rossa del casello di Cerreto invecchiato sopra la madia dei paramenti nella canonica del prevosto di Talada per centoventi mesi, o forse centotrenta perché l’incisione sulla crosta non si riesce a leggere bene.

Nessuno batte ciglio, ognuno si prende la sua squisitissima scheggia con una breve, elegante coltellata e via così zitti e mosca, finché sento che sto per schiattare e allora dico basta, ci sono i dessert. E sogno che i dessert sono un par di chili di castelmagno color oro e un chiletto di roquefort blu cielo. È un sogno ricorrente, notturno e diurno, a occhi chiusi e a occhi aperti, l’ho fatto presente alla dottoressa e lei mi ha intimato di non starlo nemmeno a sognare il formaggio, perché il formaggio fa male anche solo a guardarlo. Ma io continuo a sognarlo quel pranzo di noi tre amichetti con un quarto di forma in tavola, perché è un sogno bellissimo, e come ci ha insegnato il reverendo King anche i sogni più belli possono avverarsi, foss’anche postumi.


[Numero: 94]