cheeeese sorridete la vita è cruda

Dopo il terremoto la burocrazia. La lotta infinita di Amelia

«Più che come persone a volte sembra ci trattino come animali. Ma forse non lo sanno che perfino le bestie hanno bisogno di cure. Noi che ci lavoriamo tutti i giorni lo sappiamo». È arrabbiata Amelia Nibi, 32 anni, che dopo gli studi si è messa subito a lavorare nell’azienda di famiglia, il Casale Nibbi, storica azienda di Amatrice specializzata nella produzione biologica di formaggi vaccini, yogurt, mozzarelle, stracchino. Arrabbiata contro un anno che non potrà essere ricordato che come annus horribilis: le scosse del 24 agosto, la città che crolla, quelle del 18 gennaio, il caseificio distrutto, e poi l’inverno fatto di improvvise gelate, che hanno guastato le coltivazioni di meli e ciliegi, l’altra parte della produzione dell’azienda. «Adesso abbiamo messo le patate ma il caldo non dà tregua».

Ma Amelia è arrabbiata soprattutto con l’assenza dello stato: «Siamo stati abbandonati, questa è la verità. O peggio ostacolati: la burocrazia è stato un cappio all’iniziativa dei privati e alla voglia di non mollare». Dopo le scosse di gennaio la produzione si è fermata perché il caseificio era inagibile. «Abbiamo seguito l’iter di accesso ai fondi per la ricostruzione. Ci hanno detto che su una spesa di 120.000 euro ne avremmo dovuti mettere 80.000 di tasca nostra. A quel punto abbiamo preferito scegliere noi come e dove spenderli». E così si ricomincia: nuovi macchinari, nuove istruzioni da dare.

E un modello di business da reinventare: «Per molti anni la nostra azienda si è fondata sul rapporto diretto con i clienti: persone che conoscevano bene i prodotti, le peculiarità del territorio. I turisti delle seconde case, principalmente in arrivo da Roma in estate o nel fine settimana. Ora che non ci sono più le case non ci sono neppure i clienti: viviamo di un turismo mordi e fuggi ma il nostro lavoro implica cultura, conoscenza dei prodotti e non è facile con questo continuo ricambio. Così ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo iniziato a frequentare più fiere e lavorare di più con le spedizioni».

Le voci delle persone colpite dal sisma si somigliano nella caparbietà con cui hanno scelto di restare. La stessa che hanno avuto Antonio Aureli e Paola Capanna, produttori di formaggi bio, principalmente di pecora, ad Amatrice. Anche loro ospiti alla nuova edizione di Cheese. «Quando dopo le scosse di gennaio e con tre metri di neve non siamo riusciti a raggiungere la stalla abbiamo pensato di non farcela – racconta Antonio -. Ma poi ci siamo fatti forza». Con due bambini piccoli da accudire hanno passato l’inverno senza casa: i prefabbricati dovevano arrivare a novembre, sono arrivati a marzo. Nel frattempo si sono arrangiati con le roulotte. E oggi con fatica cercano di recuperare la normalità. «Le aziende agricole sono le uniche realtà rimaste qui. Gli allevamenti, le coltivazioni, non si abbandonano. È da qui che bisogna ripartire».

A Cerqueto, 60 anime d’inverno, nel teramano, la situazione è migliore: i danni provocati dal sisma del 2009 sono stati quasi assorbiti e le scosse recenti non hanno lasciato altrettanta devastazione che nel Lazio e nelle Marche. «Certo quando a gennaio eravamo bloccati in casa sotto la neve e con le scosse abbiamo avuto paura – racconta Franca Mazzetta, che con il marito Giacomino gestisce una piccola azienda agricola di formaggi bio -. Appena siamo riusciti a uscire mio marito e mio figlio si sono incamminati verso la stalla: di solito ci vuole un quarto d’ora per raggiungerla, quel giorno hanno impiegato dieci ore. La paura dell’inverno c’è. Parte della struttura per gli animali è crollata sotto il peso della neve e del terremoto. Ma ai fondi non abbiamo accesso: ci è stato detto che il crollo era dovuto solo alla nevicata. Cercherò di fare nuove verifiche nella speranza che qualcosa possa cambiare».

Quello che conta per tutti è tornare a lavoro. «La solidarietà finora è stata immensa - spiega Amelia - ma il vero aiuto le persone oggi ce lo danno comprando i nostri prodotti, facendo ripartire il nostro sistema economico. Questo è il nostro lavoro ed è quello che continuiamo a voler fare».


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