corsivo sì grazie

Scrivere chiaro significa pensare chiaro

Ma nelle scuole italiane s’insegna ancora la calligrafia? La domanda non è peregrina dal momento che quando capita di leggere scritture a mano di studenti – e non solo loro – non si tratta proprio di “bella scrittura”: indecifrabili segni. Zampe di gallina, si diceva un tempo. Tutti scrivono a mano, stando al successo di taccuini, quaderni, block notes. La maggior parte delle persone però usa il computer per scrivere e comunicare. Si tratta di una perdita in termini di competenze manuali e anche mentali. Se diamo retta a Gunnlaugur S. E. Briem, designer e scrittore, in una ricerca condotta in America, all’Università dell’Indiana, da lui citata, su due gruppi di bambini tra i tre e i cinque anni, quello che aveva imparato a scrivere usando la tastiera di un computer ricordava meno l’orientamento delle lettere dell’alfabeto rispetto al gruppo che aveva appreso a scrivere a mano. I secondi riconoscevano al volo la p rispetto alla q, il che significava che la loro lettura era più spedita e precisa rispetto a quella del primo gruppo. Con la risonanza magnetica i ricercatori hanno poi constatato che i bambini dell’apprendimento dell’alfabeto a mano avevano una attività cerebrale simile a quella di un adulto. Per leggere, come si sa, bisogna riconoscere al volo le lettere, quasi vedendole in anticipo, come a dire che si legge non solo sillabando, ma cavalcando le lettere al trotto. Scrivere una lettera dell’alfabeto aiuta a guardarla; meglio di udirla o digitarla. La verità è che l’attività di scrittura a mano non è per nulla semplice e immediata.

La raffinatezza del movimento per tracciare le lettere si raggiunge tardi, verso i cinque anni e a volte sei; ci sono 29 ossa tra l’omero e il pollice, tutte da coordinare. L’età giusta per cominciare a scrivere coincide in quasi tutti con l’entrata nella scuola elementare. Oggi s’impara a leggere prima di andare a scuola, ma scrivere si riesce solo dopo il primo e secondo anno. Scrivere è infatti più difficile che leggere. La scrittura a mano, come sottolineano tutti gli studiosi, è la combinazione di vari aspetti tra loro legati: aspetto linguistico (la lettera come simbolo e il suo suono, e la conseguente lettura); grafico (la lettera come forma sulla superficie su cui si scrive); psicologico (la lettera come risultato del modo di percepire e di esprimere se stessi). Imparare a scrivere è davvero molto complesso. E la calligrafia? Calligrafia non significa solo “bella scrittura”. Questa espressione è apparsa nella scuola italiana con la riforma Gentile nel 1923. La calligrafia è prima di tutto una tecnica. Esistono vari tipi di scritture a mano. Il corsivo è la forma più evoluta, quella che consente lo sviluppo del ritmo e del flusso naturale dei pensieri della mente; implica il rapporto tra il corpo, il gesto che si compie e il segno, come sottolinea Monica Dengo, maestra di calligrafia. Ci sono insegnanti che fanno scrivere in maiuscoletto. Va bene per cominciare, perché anche se non sembra, il corsivo è più difficile che tracciare aste verticali, orizzontali e diagonali, come nel maiuscoletto. Una volta si cominciava tracciando aste.

Ho ancora quaderni pieni di questi esercizi propedeutici. Ma è senza dubbio una forma di rigidità. Maria Montessori suggeriva di fare esercizi con le lettere rotonde e non con le aste. Fino a qualche decennio fa il metodo corsivo più utilizzato era quello cosiddetto inglese, con svolazzi, groppi, giravolte della mano. Oggi quello consigliato, ad esempio da Monica Dengo, è il corsivo italico. Per farmi capire: nel corsivo inglese il trattino delle minuscole come a, e, i, u duplica quello in uscita della lettera precedente; funge da abbellimento, per questo rende più difficile l’apprendimento più complicato. I calligrafi sostengono che gli svolazzi di collegamento sono difficili da memorizzare e non molto utili. Gli anelli sono stati davvero una gran fatica per chi ha imparato il corsivo inglese da bambino (una vera fatica, e non sapevo neppure che si chiamasse così).

La calligrafia aiuta a scrivere chiaro? Penso di sì. Scrivere chiaro significa pensare “chiaro”, cioè bene. Questo ritengo, ma senza nessuna certezza di tipo “scientifico”. La calligrafia è come un segno personale, esprime il nostro modo di essere e di pensare. Il mio maestro Narciso Silvestrini, studioso di colore e di geometria, ha sostenuto che per imparare a scrivere occorre sperimentare tutto il mondo delle turbe grafiche: tremolio, atarassia, pause, correa. Quando si è bambini non ci si accorge neppure di questo. Ci si getta in acqua e si nuota come si può: s’impara facendolo. Chi ha visto uno straniero adulto – cinese, giapponese – imparare a scrivere usando le nostre penne a sfera o le stilografiche, o anche solo la matita, si è reso conto di quale incertezza il cambio di grafia comporta, quale inquietudine s’insinua nel corpo e nei gesti. Scrivere implica l’attraversamento del vasto mare dell’esperienza grafica. Quando si diventa grandi ci si dimentica di tutto questo. Ed è forse bene. La calligrafia, imparata da adulti, ce lo restituisce, almeno in parte. Una bellissima esperienza.


[Numero: 93]