corsivo sì grazie

L’inchiostro di Instagram non sporca le mani

Il calligrafo Luca Barcellona al tavolo da lavoro nel suo studio milanese sui Navigli (Foto: Flavio Lo Scalzo)

Nello studio milanese sul Naviglio Grande di Luca Barcellona, forse il più celebre calligrafo italiano, c’è una grande collezione di vinili. Funk, soul, autori conosciuti e meno, copertine in bella vista. «La utilizzo quando ho bisogno di ricaricarmi. Mi metto qui, spengo le luci, metto su un vinile, prendo in mano la penna o il pennarello e inizio a disegnare, per me. A riscoprire i motivi per cui mi piace farlo». Calligrafo di professione, Barcellona lavora nei più svariati ambiti della “bella scrittura”: dal lettering delle bottiglie, alle copertine dei cd, ai loghi per grandi case di abbigliamento o nell’editoria a lavori prettamente artistici. Ma la sua passione è nata prima del lavoro. Take your pleasure seriously (Lazy Dog, 2013) è il titolo del suo primo libro monografico, che illustra i suoi ultimi dieci anni di carriera. “Prendi il tuo piacere seriamente”, il motto della coppia di designer Charles e Ray Eames che Barcellona ha fatto suo. E del piacere nella scrittura ne ha fatto una professione, passando dai graffiti al pennino, cambiando lo strumento ma mantenendo intatta la curiosità.

Partiamo da qui: quanto ti ha influenzato la tua esperienza di writer nel lavoro di calligrafo?

Il mio amore per le lettere è arrivato attraverso i graffiti. Ho iniziato come writer a metà degli Anni 90 e i miei lavori di allora erano già improntati alla bella scrittura. Entrambe le arti e chi le pratica hanno in comune l’attenzione alle lettere. Quello che cambia è il pubblico di riferimento e il mezzo.

Come sei passato da un ambito all’altro?

Ho iniziato a interessarmi sempre più allo studio e alla storia delle lettere. E ho iniziato come autodidatta, dovendo poi riparare gli errori che inevitabilmente fa chi prova ad apprendere una materia così vasta in autonomia. Ma inizialmente ero mal visto: ero solo il vandalo che imbratta i muri con le sue tag. Il pubblico dei graffiti è chiuso, autoreferenziale: ci si tagga ovunque nelle grandi città alla ricerca di un’identità, di una visibilità, per impressionare altri iniziati all’arte. Il pubblico è prevalentemente giovanile. Quando ho iniziato a fare calligrafia ero l’unico ragazzo in mezzo a persone piuttosto adulte. E il pubblico non era più soltanto quello ristretto delle tag.

“Take your pleasure seriously”: non è scontato nella vita riuscire a vivere facendo della propria passione una professione, specie se si tratta di calligrafia. Cosa serve oltre al talento?

Lo studio. E la perseveranza. Che è sempre più difficile da coltivare. Viviamo in un’epoca in cui ancora prima di apprendere un’arte si pensa ad esporla: ora la calligrafia va molto di moda ed è diventata trendy su Instagram. Si vedono persone poco più che principianti scambiate per incredibili talenti: un occhio esperto si accorge subito che si tratta di scrittura piuttosto amatoriale, anche se d’effetto. Ma la qualità non sembra contare particolarmente rispetto al numero di like.

Come ti relazioni con l’universo social?

In questi casi si possono scegliere due strade: o si sceglie di “fare il vecchio” e ci si tira fuori. Oppure si sceglie di esserci e portare quello che manca: la conoscenza e lo studio. Il problema è che le nuove generazioni, cresciute solo con le tecnologie digitali, hanno un buco: i software di oggi sono in grado di riprodurre esperienze fisiche maturate in secoli di storia. Ma l’effetto di una macchia d’inchiostro che si spande riprodotta su un computer è difficilmente comprensibile se non se ne ha esperienza a livello analogico. È così per tutto.

Con l’Associazione calligrafica italiana porti avanti molte esperienze di insegnamento. Come reagiscono i ragazzi a questi tuoi consigli?

Tengo corsi, vado nelle scuole, cerco di sensibilizzare i ragazzi al tema dell’esperienza e dello studio. Nella nostra era siamo pieni di strumenti (basti pensare alla sfilza di caratteri tipografici che si apre in un qualsiasi programma di grafica) ma abbiamo perso la conoscenza del loro corretto utilizzo: quando si usa il carattere Times, quando il Calibri, quando il tanto detestato Comic Sans (tra l’altro la storia della sua nascita è molto interessante per chi ha voglia di approfondirla)? Così accade per la calligrafia. Scrivere la stessa parola in un carattere gotico, corsivo inglese, in Italico o con una brushpen trasmette una serie di significati che vanno oltre il senso della parola e vanno rispettati e utilizzati con consapevolezza. Questo è il lavoro del calligrafo.

A proposito del corsivo, cosa ne pensi della decisione delle scuole finlandesi, già in atto in alcune scuole statunitensi, di abolirne l’insegnamento?

Di solito questo tipo di scelte vengono giustificate con la scusa “per i ragazzi è troppo difficile”. In realtà spesso è troppo difficile per gli insegnanti. E poi c’è anche un aspetto che vale soprattutto in Italia: il tipo di scrittura corsiva che si insegna alle elementari è sbagliato. Potremmo chiamarlo corsivo tondo: una scrittura molto lenta e che non risponde alle esigenze di comprensibilità ed efficienza che si sviluppano nel corso della vita adulta. Così in realtà nessuno di noi scrive alla maniera in cui ci è stato insegnato (ci direbbero: “Hai una scrittura da bambino!”) ma secondo un metodo che viene autonomamente reinventato. Il corsivo però ha una sua funzionalità: rappresenta il processo di lettura veloce per cui le lettere vengono lette a coppie, a terzine o a gruppi di quattro. Sarebbe assurdo pensare di perderlo. Solo andrebbe insegnato nel modo corretto.

Quali sono i motivi per cui ogni epoca presenta i suoi caratteri?

Ogni epoca ha la sua estetica, derivata spesso dall’architettura. Pensiamo al liberty, all’art-decò, al barocco: a questi stili corrispondevano altrettante forme di scrittura. Oggi che l’architettura dominante è improntata alla trasparenza, alla leggerezza, all’efficienza, anche i caratteri più in voga rispettano questi parametri. Come artisti il compito e la sfida è rendere contemporaneo quello che si sta facendo: in un’arte come la calligrafia bisogna immaginare che tutto ciò che possiamo fare è già stato fatto prima e, probabilmente, meglio, non fosse altro perché c’era più tempo. Bisogna saperlo anche se non c’è la foto su Instagram! Ma le forme sopravvivono nel tempo e possono incontrare nuovi strumenti. A chi fa una miniatura in foglia d’oro riproducendo una tag, ad esempio, deve andare il nostro plauso: contaminare e sperimentare ma con consapevolezza. Questo significa sapersi situare nella timeline della storia dell’arte. E avere qualcosa da dire.


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