corsivo sì grazie

La “ a ” con il bastone la “ o ” con un bel pancione: ricominciamo di qui

Ch i come me ha cominciato le scuole elementari alla fine degli Anni Sessanta si ricorda il quaderno della bella scrittura così come le raccomandazioni della maestra perché la mano “servente”, cioè quella che non scrive e che allora era per tutti necessariamente la sinistra, fosse tenuta ben ferma sul foglio, la schiena dritta, i piedi ben posati sulla sbarra alla base del banco.

I primi giorni di scuola di ogni remigino erano dedicati a riprodurre aste, cerchi, onde, eliche, linee curve e spezzate con una gradualità e una ripetitività talvolta ossessiva. Pagine e pagine di segni ripetuti riempivano i nostri quaderni e, negli anni successivi, al termine di ogni lavoro occorreva tracciare una “bella cornicetta”.

La cura e la precisione del segno grafico rappresentava per noi un obiettivo altrettanto essenziale della correttezza ortografica onde evitare il brutto voto, o peggio la pagina strappata, o Dio non volesse il “Penso” che consisteva nell’obbligo di scrivere decine di volte una stessa frase funzionale a far riflettere il malcapitato studente e che nello specifico sarebbe stata: “Devo curare la mia scrittura” o “Mi impegnerò a scrivere meglio”.

La “a” si scriveva con “il bastone”, la “e“con “l’occhiello”, la “i” con il puntino, la “o” con un “bel pancione”, la “u” con il bastone, per fermarsi alle vocali, e tutte le lettere si componevano in un unico modo, da destra a sinistra, dal basso verso l’alto e poi dall’alto verso il basso seguendo le frecce che la maestra tracciava con sicurezza sulla lavagna. Non erano ammesse sbavature o libere interpretazioni e così, almeno nei primi anni, tutti i nostri quaderni si assomigliavano un poco.

Poi la crisi dei metodi tradizionali ha spazzato via i presunti rigorismi e per anni si è puntato sulla libera espressione e sulla creatività del bambino, lasciando da parte quanto sembrava mortificarne la motivazione. Le maestre hanno smesso di tracciare modelli e guide di scrittura alla lavagna vittime anch’esse di una competenza perduta. Nessuno più si è preoccupato di controllare l’impugnatura delle matite e delle penne, o di raccomandare una postura corretta mentre i bambini, sempre più curvi sui fogli e su se stessi, complice anche un uso sempre più pervasivo di computer, tablet e altri dispositivi elettronici, hanno iniziato a scrivere sempre peggio.

Negli ultimi anni, a fronte del preoccupante aumento delle certificazioni di disgrafia, la scuola primaria italiana, che per fortuna continua a ragionare per problemi da risolvere anziché per dogmi, ha riesumato alcuni dei modelli passati e riscoperto che per insegnare a scrivere a mano occorre prima educare la motricità fine, che la ripetizione non è un disvalore ma supporta l’apprendimento per imitazione, che per maturare le abilità necessarie a riprodurre correttamente un segno grafico è importante allenare l’osservazione, la concentrazione e la precisione, così come occorre dosare la forza con cui si preme la matita sul foglio.

Si tratta di comportamenti che si acquisiscono e che si possono rieducare a fronte dell’emergere di una difficoltà attraverso un lavoro di autocorrezione a partire dalla riflessione sull’errore, valorizzando i risultati positivi e il piacere che ciascuno prova dopo aver eseguito un buon lavoro.

Nelle nostre scuole si è tornati ad esercitare la manualità, a raccomandare la gradualità del percorso, dalle lettere stampatello maiuscole, allo stampatello minuscolo, al corsivo, provando e riprovando insieme, magari cambiando i supporti, il tipo di carta, la matita e poi la penna, raccontando la storia di come la scrittura si è evoluta, ma soprattutto insegnando ad apprezzare la bellezza del segno, il piacere del lavoro concluso, la soddisfazione del “questo l’ho fatto io!”.

Provare per credere!


[Numero: 93]