corsivo sì grazie

Angeli e tempeste per la maestra Fabbri

Avevo una cartella di buon vecchio cuoio con le fibbie nuove di ottone, nella cartella avevo una borsella di pannolenci verdone cucita a mano, la borsella si chiudeva con una cerniera cucita a puntino fitto, l’aveva fatta mia madre ma sembrava comprata; nella borsella avevo una penna di bachelite e dentro uno scatolino di balsa tre pennini, quello a freccia e quello diritto di acciaio, quello a cuore di ottone, ben protetto in una bustina di carta oleata avevo un pezzo di lametta Gilette, piegata per bene sopra tutto quanto una pezza di stoffa grigia. Con queste cose, non molte, e con l’inchiostro che ci metteva il governo per tramite del bidello e del suo bottiglione con cui ogni mattina rabboccava il calamaio di vetro spesso infisso nel banco, mi sono meritato dieci in Bella Scrittura, per tutti i cinque anni della scuola, dieci nella pagella e dieci anche all’esame di licenza. Bisognava essere molto ma molto bravi per prendere dieci in Bella Scrittura, la Bella Scrittura era la materia che richiedeva più dedizione e più attenzione, più ancora che l’aritmetica, il pennino a cuore per le iniziali maiuscole, quello diritto per le altre lettere e quello a freccia per i numeri. Avevo una sola penna, era meglio, perché ogni volta che cambiavo pennino, e lo pulivo nella pezza, e stavo attento a non macchiare il foglio e a non macchiarmi i diti, per tutto quel tempo potevo pensare a quelle lettere che dovevo ancora scrivere, alla parola che ne veniva fuori, a come doveva essere fatta, e me la vedevo davanti agli occhi prima di metterla nel quaderno.

e se era oca che dovevo scrivere, o anche ombrello, o addirittura angelo, la maestra Fabbri aveva un debole per gli angeli, c’era tutto il tempo cambiando il pennino, pulendo, intorsando nell’inchiostro e poi scrivendo stando ben dritto nella riga, una lettera via l’altra tutte alte e larghe uguali, c’era davvero abbastanza tempo perché con la parola si palesassero le cose, e gli esseri, e tutto quello che mi veniva in mente se non mi dettava quello che voleva lei la maestra Fabbri ma potevo scrivere le parole che mi piacevano a me, ad esempio tempesta, e il cri cri del pennino erano tuoni, e fulmini le t. Ero bravo perché non volevo storpiare angeli e tempeste, che erano esseri meravigliosi e potenti, ero bravo perché non potevo sbagliare, non avevo abbastanza fogli da buttarne via, ero bravo perché l’unico modo di correggere era la lametta, aspettare che l’inchiostro asciugasse e grattare via il pezzo di lettera venuto male, e avevo sempre paura di tagliarmi e mi tagliavo sempre.

Ero bravo perché mio padre aveva una penna stilografica Aurora con il pennino d’oro e la cassa in madreperla; era il regalo di nozze di suo padre e se avessi imparato a scrivere come si deve sarebbe diventato il mio. E così è stato. Ma sono anni che non la uso più, la curo, la pulisco e la ripulisco, ma non ci scrivo, così che non vedo più né angeli né tempeste. Non più quelli. Vedo altri angeli e vedo altre tempeste, sono diversi, ora che ne sto diteggiando le parole lo vedo bene come sono diversi, e non so dire, forse sono anche più belli, ma non sono più quelli là, quelli che sono finiti per sempre quando è finito l’inchiostro.


[Numero: 93]