Vieni avanti creativo

La solitudine del creativo, obbligato a un’incessante autopromozione

Se l’economia ha da essere creativa non può esserlo senza comunicazione. Perché quello comunicativo (dal marketing territoriale allo storytelling aziendale, dall’editoria al broadcasting) identifica un settore centrale nel vasto – e di non facile definizione – arcipelago dell’economia arancione. Ma anche perché la comunicazione si rivela inscindibile dal lavoro creativo, dove non c’è, nella stragrande maggioranza delle volte, il manufatto (e, talvolta, capita pure di trovare un po’ di fuffa).

L’assenza di un output “tangibile” rappresenta, infatti, la cifra distintiva dell’operato delle industrie creative (e smaterializzate), che hanno quindi necessità di generare e comunicare un significato di tipo simbolico che si associ alla loro “merce”, e ne costituisca il valore aggiunto. Così come hanno l’esigenza di farsi conoscere e abbisognano di una certa capacità relazionale, dal momento che il giudizio sul valore della merce immateriale si rivela estremamente soggettivo e discrezionale. E, in età di social media e social networking, conta moltissimo l’interazione tra il produttore e il consumatore dei prodotti culturali e creativi, che è una controparte attivissima (essendo diventati tutti, da decenni, dei prosumer , produttore e consumatori al tempo stesso). La comunicazione e l’apparenza digitale si intrecciano così con l’autopromozione, che è una necessità indiscutibile – e pure un connotato “ideologico” essenziale – di questi self made men 2.0 e postmoderni imprenditori di loro stessi perennemente alle prese con la volatilità di incarichi e commesse e con i ritardi nei pagamenti (e, quindi, con il rischio di non farcela). Per giunta, in un Paese come il nostro, dove, a differenza del mondo anglosassone, i fondi di venture capital non abbondano e le stigmate del fallimento bruciano a lungo, quando non marchiano in maniera definitiva.

La condizione di chi opera nell’economia arancione risulta permanentemente in bilico tra il volto luminoso della flessibilità e della libertà e il dark side della precarietà e del rischio di impresa. E, dunque, la comunicazione-promozione si fa anche automotivazione, cosa che spiega l’esplosione su YouTube della figura del coach e, per converso, lo sbarco in alcune aziende dello stimolatore di creatività (il corporate disorganizer, chiamato a mandare a gambe all’aria le gerarchie interne alle imprese per immettere una “fertilizzante” cultura da start-up).

Luci ma pure ombre, dunque. E se, a partire dagli anni Novanta della new economy, la creatività e l’innovazione fanno rima, e sono un tutt’uno, con la comunicazione, è anche perché, in fin dei conti, si cercano dei rimedi alla baumaniana liquidità e solitudine del creativo globale.


[Numero: 92]