Vieni avanti creativo

La nuova mission del designer dare un senso agli strumenti del nostro quotidiano

Le condizioni della nostra vita quotidiana sono in rapido e radicale cambiamento, sollecitate – solo per fare alcuni esempi – dal ruolo dilagante dei nuovi sistemi tecnologici e di comunicazione (dagli smartphone al web ai social network), dall’emergere problematico di ineludibili questioni, come l’insostenibilità del modello dominante di “sviluppo illimitato” che consuma risorse umane, ambientali ed energetiche, fino alle perduranti crisi strutturali di natura politica, economica e sociale.

In queste mutate e mutanti condizioni, qual è il ruolo nuovo per i designer, cioè per chi progetta artefatti, sistemi e servizi da produrre, comunicare, distribuire e gestire nel loro intero ciclo di vita fino alla dismissione?

I designer si occupano professionalmente di ideare prodotti (sia oggetti che sistemi di comunicazione) in relazione a funzioni e necessità, strettamente collegate ad altre qualità, come estetica, innovazione tipologica, tecnologica o funzionale, fino alla sollecitazione di desiderio, piacere o unicità di esperienza. In molti casi inoltre contribuiscono al miglioramento delle condizioni di vita delle persone, rendendo le cose facili da usare, piacevoli ed economiche, ma anche rispondendo a problemi e bisogni reali assai complessi, si pensi solo agli ausili per le disabilità o quanto serve a garantire sicurezza e comfort sociale e individuale.

Certo esistono differenti modi di intendere e praticare il design, in relazione al variare di ambiti d’intervento, modelli organizzativi e operativi: è diverso progettare un vetro soffiato che un automobile o un libro da un sito online; lavorare con una multinazionale piuttosto che con un artigiano; progettare un artefatto fisico o un servizio. È insomma necessario parlare di design “plurale”, per non cadere nell’equivoco che vigano sempre le stesse regole e possibilità, che tutto sia uguale oppure che il solo possesso-utilizzo di strumenti tecnologici di progettazione e produzione sia confrontabile e/o sostitutivo delle conoscenze e delle altre competenze della disciplina del progetto.

Le nuove questioni e modalità emerse nella situazione contemporanea pongono con forza la necessità di un ulteriore rinnovamento della cultura progettuale dei designer, assieme certo a quella di imprenditori, società civile e utilizzatori.

Pensiamo alla vita di tutti i giorni. Cosa è divenuto “oggetto del desiderio” oppure strumento che permette di affrontare meglio le necessità? Sembra di poter dire soprattutto i prodotti tecnologici, come uno smartphone o un computer, oppure ciò che non possediamo ma a cui “accediamo”, come una connessione internet, fino al noleggio di un’automobile o una bicicletta. In questo modo un’economia del possesso convive con una dell’accesso o sharing, dove conta il servizio o l’esperienza compiuta.

Altra dinamica rilevante è il contributo sempre più frequente dei consumatori – il nuovo proletariato tecnologico-digitale? – ai processi produttivi e ideativi: montiamo (felici?!) i mobili Ikea, scriviamo per Wikipedia e Facebook, postiamo foto su Instagram.

Mezzi tecnologici e comunicativi (sorretti dalle logiche Do it Yourself) consentono inoltre a ognuno di sentirsi fotografo, scrittore, progettista o produttore (attraverso gli strumenti della Digital Fabbrication).

La nuova parola chiave è open: innovation, source, production o design. Tutto è aperto e accessibile, tutti possono fare tutto. Non servono più le “figure di mediazione” (i competenti, gli esperti, i tecnici... ma anche gli insegnanti, i giornalisti e i politici) e sembrano superati i criteri che introducono utili chiavi di lettura critica – ogni cosa è pari ad un’altra e legittima – che permettano, ad esempio, di distinguere fra il lavoro di un hobbista o un professionista, fra “poter fare” e “saper fare”.

In queste condizioni sono cambiati il lavoro e gli strumenti del designer. A fronte delle potenzialità delle tecnologie (si parla non solo di automazione produttiva, di intelligenza artificiale ma anche di design generativo, esito di algoritimi in grado di determinare infinite soluzioni “automatiche” a un problema), la ricerca e l’attività identitaria dei progettisti si va spostando verso l’“innovazione di significato”. Con le sue obbligate competenze interdisciplinari, il designer infatti è in grado di indirizzare, determinare e controllare – culturalmente, progettualmente e tecnicamente – l’intero processo, condiviso fra molti soggetti, che conduce al prodotto o al servizio. Sense making vuol dire, ad esempio, guardare e ricercare in modo differente ciò che è necessario, utile o positivo per le persone; occuparsi del “perché” e del “come” – cioè con modalità ad esempio sostenibili e correttamente utilizzabili da tutti – si fanno le cose. Questo apre a inedite nicchie di mercato offrendo ai “nuovi” consumatori prodotti con altre qualità e valori. Due esempi. La rivoluzione Apple è stata quella di progettare e offrire per prima un’altra idea di prodotti tecnologici facili da usare e ben disegnati, secondo criteri divenuti in seguito standard e adottati da tutte le aziende. In ambito alimentare, esistono le grandi multinazionali del prodotto industriale e del fast food, ma questo non ha impedito l’affermarsi di Slow food che attribuisce un significato diverso al cibo e all’alimentazione.

La questione sembra allora essere cosa pensare e fare di innovativo con le nuove tecnologie e logiche (apertura, accesso, condivisione, partecipazione..) con imprese e società civile responsabili, con consumatori informati ed eticamente avvertiti. Certo sappiamo che non è ancora per intero la situazione attuale, ma (anche) il designer si occupa (anche) di questo cambiamento.

*Storico e critico del design, insegna nell’Università Iuav di Venezia. Ultimo libro: Design contemporaneo (Il Mulino, 2017)


[Numero: 92]