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Arrivano i cosacchi, via Whatsapp

Cullato dall’aria condizionata della biblioteca, Guidalberto si accomodò sulla sedia, slacciò l’orologio dal polso e lo collocò sul banco. Quindi, con la cura di un prete quando maneggia un’ostia, appoggiò sul piano il volume e l’aprì. Si trattava dell’imprescindibile Studien zum italienischen und deutschen Humanismus del Bertalot (hrsg. von P.O. Kristeller, Roma 1975) e Guidalberto aveva atteso quel momento di pace come un bambino a luglio aspetta l’orario fissato dalla madre per mangiare il gelato. Canuto docente di Filologia rinascimentale, s’era preso la giornata per tornare su un classico della materia. Stava per affrontare il ghiotto pasto intellettuale, quando avvertì un fruscio dentro i pantaloni.  

 

Era il telefono. Che però lui per scherzo chiamava l’Objekt.  

 

Sessantaduenne, Guidalberto aveva mantenuto con la tecnologia un rapporto di pacifico distacco. Si limitava a sfruttare iTunes – che lui per celia chiamava Musikarchiv – riempito con l’aiuto della figlia Michela, per lasciarsi cullare dal suo Beethoven. Poi c’erano gli sms, sporadici tuttavia, visto che dopo la prematura scomparsa della moglie la vita sociale di Guidalberto si limitava a qualche conferenza o a una pizza il sabato sera con la figlia e suo marito. Proprio qualche sera prima, Michela, una donna dinamica che lavorava come ufficio stampa di un’importante casa editrice, l’aveva introdotto a una nuova app, che lui ironicamente chiamava Anwendung.  

 

«Fico per whatsapparsi aggratis», aveva chiosato il marito Giorgio, in un idioma arcano.  

 

«Così ti aggiorniamo sul piccolo, manca poco».  

 

Giorgio e Michela, infatti, aspettavano un bambino. Anzi, un bimbo. Bisognava dire così, aveva imparato. All’annuncio, qualche mese prima, sempre in pizzeria, insieme agli amici della coppia, tutti avevano emesso un boato di stupore. Anche il futuro nonno, che non era un tipo emotivo, aveva esclamato: “Un bambino!”. Subito un’amica della figlia si era voltata e, con gli occhi sgranati per l’imperiosa gioia, aveva detto: “Un bimbo!”.  

 

Già mesi prima era stato redarguito dalla figlia, perché metteva il punto in fondo alla frase.  

 

«È aggressivo. Anche Giorgio lo trova cattivo» 

 

Ma stavolta Guidalberto aveva visto il corsivo lì sospeso per aria. Da quel momento non aveva mai mancato di chiamarlo bimbo. Non senza amarezza, perché diverse volte veniva surclassato da “bimbetto”.  

 

E così aspettava un bimbo, un bimbetto, un bimbettino. E adesso c’erano quasi.  

Guidalberto tirò fuori dalla tasca l’Objekt, guardandolo con lieve dispetto. Era la nipote. E gli scriveva proprio sulla nuova Anwendung chiamata Whatsapp. 

 

«zio nn 6 preoccupato??» 

«No, perché?» 

«oggi e il megagiorno..» 

«Lo so».  

«spe t metto nel gruppo. nn c’eri gia?!?» 

 

No, Guidalberto non c’era. Non era in alcun gruppo, al massimo in quello degli adoratori della prosa di Lehmann (Erforschung des Mittelalters, Stuttgart 1960) o di Mazal (Handschriften mittelalterlicher Augustiner-Eremiten in der Österreichischen Nationalbibliothek, Würzburg 1966), costituito da una sola persona: lui stesso. La prosa della nipote, invece, lo lasciava perplesso, ma sapeva che così funzionava il mondo della messaggistica. E poi, rifletteva non senza erudizione, la faccenda aveva un antecedente nell’ahal dei tuareg, la riunione serale dove ci si corteggiava con una scrittura semplificata.  

 

La nipote era svanita. Che meraviglia, che trepidazione. Immerso nelle amate righe, disattivò vibrazione e suoneria, depose l’Objekt nella borsa e se ne dimenticò. A sera, quando le luci gialle che ingiallivano volti già ingialliti sfarfallarono per annunciare la chiusura, Guidalberto tirò su gli occhi dal libro, recuperò l’Objekt e contemplò sconvolto lo schermo. C’erano 712 nuovi messaggi. Settecentododici. Un numero inverosimile per una persona come lui. L’invasione dei cosacchi in una tranquilla casa di campagna. 

 

D’istinto aprì l’Anwendung.  

 

Era nato, questo si capiva. Ma come facevano tutti questi sconosciuti a parlargli? E cos’era codesta foresta di simboli che stava attraversando con sguardo poco familiare? Doveva essere il gruppo di cui aveva parlato la nipote. Cercò di navigare a ritroso fino al primum di quell’universo incomprensibile. Indietro, indietro. Il messaggio di partenza recitava solo “ragazzi…” con un numero di puntini di sospensione che Guidalberto trovava incommensurabile. Era del futuro padre e voleva evidentemente mettere un po’ di suspense. Seguivano una serie di “estamos???????”, “whatssup?” “alors?”. Insoliti, visto che erano tutti italiani. E poi ecco il viso rattrappito e stravolto di un bambino, anzi di un bimbo. Daniele! Guidalberto sorrise. Stava per essere sopraffatto dalla tenerezza quando cominciò a scorrere gli altri. C’erano diversi “Siiiiiiiiiiii”, “oyeaoyea!!!”, “grandiosissimo” o più semplicemente “grandiiiiii”. Ma erano solo le prime scialbe avanguardie. Di seguito qualche scomposto “YOOOOOOO!”, un incomprensibile “FFFTTTYUYUY!” e un tutto sommato sobrio “BENVENUTOOOO!”. Poi una sequela implacabile di “carino”, “topolino”, “musino”, “piccolino”, “bimbo bimbetto”, “bimbo o bimbo” e perfino un “fuffino”. Questi messaggi avevano dato la stura ai più facinorosi, con una gragnuola di piccole icone: gattini, cagnolini, alberi, razzi, pianeti, papere, lune, girandole, orsacchiotti, unicorni e anche un buffo animale che non si capiva se scimmia o leprotto. A quel punto – Angelo Sterminator, Spada Fiammeggiante – un utente aveva infilato un numero incomputabile di cuori, qualcosa come ventidue rose, sei stelline filanti, otto ballerine di flamenco, quattro boccali di birra e due insoliti portatori indù.  

 

Guidalberto fissò il vertiginoso precipizio. Come poteva avventurarvisi con una scialba frase? “Sono molto felice per voi. Un bacio al piccolo.” Inattuabile. Pensò a quel verso del Petrarca: “oh, quante fïate Amor m’assale”. Si accasciò sulla sedia. La biblioteca spense le luci e si richiuse su di lui con filologica puntualità. 


[Numero: 91]