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Il pettirosso del piccolo criminale

Qua ndo avevo 12 anni il mio amico Giacomo era per me la persona migliore che fosse mai esistita.

Ma le cose cambiarono quando diventò grande e incominciò a prendere in prestito le macchine degli altri senza avvisarli. Era un bravo ragazzo prima di questi prestiti, e credo che in fondo lo fosse anche dopo la prigione. Aveva preso in prestito una macchina di troppo.

Ma la cosa che mi ricordo di più di lui era com’era quando eravamo ragazzi.

Un’estate mentre ci godevamo la libertà dalla scuola, Giacomo trovò un pettirosso con un’ala spezzata. Pensò fosse stato un fucile ad aria compressa a ridurlo così, e cominciò a prendersene cura. Io lo aiutavo un poco.

Mise l’uccello in una scatola da scarpe e gli dava da mangiare vermi e quant’altro che schiacciava in una ciotola fino a ottenere una consistenza abbastanza liquida da poter essere aspirata con un contagocce, e poi gli sparava questa poltiglia giù per il becco. Tutti dicevano che se si tocca un uccello poi non può più ritornare in natura perché ha addosso l’odore umano, e quindi verrebbe beccato a morte dagli altri uccelli. È quanto dissi a Giacomo quando trovò l’uccellino, e lui disse, “che sciocchezza, gli uccelli mica ne sanno di odori … dove hanno il naso?

Aveva ragione, credo.

Con l’uccellino nella scatola da scarpe andammo al negozio a comprare dei ghiaccioli. Alla cassa il commesso ci chiese, “Che c’è nella scatola?”

“Un uccellino ferito” disse Giacomo.

“Fammi vedere.”

Giacomo tolse il coperchio dalla scatola e gli mostrò il pettirosso.

“La sua ala è tutta piegata,” disse il commesso.

“Ecco perché ci servono gli stecchetti dei ghiaccioli, per fare le stecche.”

“Sì, beh anche se lo farai stare meglio, gli altri uccelli lo beccheranno a morte perché l’hai toccato”

“Continuo a sentire questa storia” disse Giacomo.

“Perché è la verità” disse il commesso.

“L’hai mai visto succedere?” chiese Giacomo.

Il commesso arrossì leggermente “Non dimenticare con chi stai parlando, devi rispettare quelli più anziani di te”

“Sissignore” disse Giacomo.

Fuori dal negozio, mentre mangiavamo i ghiaccioli, la scatola di scarpe sotto il braccio, Giacomo disse “quello stronzo non sa niente”

Andammo a casa di Giacomo, ma non ci fermammo molto perché suo padre era ubriaco e aveva appena finito di prendere a mazzate il fratello maggiore del mio amico per un biscotto o qualcos’altro del genere. L’aveva steso. Non ci fermammo, Giacomo prese dello spago e un paio di altre cose, mentre io aspettavo in cortile. Riuscì a evitare il padre, e di essere messo anche lui al tappeto. Di tanto in tanto il papà di Giacomo beveva un po’ troppo, e picchiava talmente forte da far perdere i sensi, oppure era lui che le prendeva fino a svenire. Sua moglie riusciva a assestare dei colpi buoni, sempre se riusciva ad avvicinarglisi di soppiatto e coglierlo di sorpresa. Era come un rituale. Bere, fare a pugni, picchiare qualcuno fino a farlo svenire. L’intera famiglia era così, tranne Giacomo, ma anche lui col tempo lo diventò.

Andammo a casa mia. Nel giardino sul retro ci sedemmo sotto l’albero di mele con la schiena contro il tronco. Giacomo aprì la scatola e tirò fuori il pettirosso con delicatezza.

L’uccellino alzò lo sguardo. Guardava Giacomo con uno sguardo strano, non so se un uccello possa avere uno sguardo strano, poi però lo sguardo diventò amichevole, o qualcosa del genere, uno sguardo tipo “per favore non farmi male”.

Giacomo fu molto delicato, usò gli stecchetti del ghiacciolo, senza il ghiacciolo, dello spago, e dello scotch bianco per legare l’ala ferita. Si comportava in maniera molto professionale.

Il pettirosso divenne il nostro hobby principale, e dopo un po’ fu in grado di salticchiare qua e là ma non provò mai a volare veramente perché in realtà non poteva. Era perfettamente felice dentro la scatola di scarpe e quando lo si lasciava uscire per andare a caccia di insetti e vermi nel prato. Dopo un po’ ritornava nella scatola, si accovacciava stanco e pronto per riposarsi. Giacomo aveva messo uno straccio piegato sul fondo della scatola che gli faceva da letto. Non gli importava di essere intrappolato, era come se avesse deciso che il mondo là fuori fosse troppo grande per lui, e trovarsi dentro, al chiuso, con un posto per dormire e tre pasti al giorno andasse bene. Non pensavo che un uccello potesse comportarsi così. Era come un animale domestico. Se ne stava seduto sul palmo aperto di Giacomo, o sulla sua spalla, e emetteva un tipo di suono che però non era molto canterino per essere un uccello. La mia vecchia zia Netti avrebbe fatto sicuramente di meglio con della carta cerata e un pettine.

Giacomo lo continuava a nutrire con il contagocce, e l’uccellino cresceva forte. Di notte lo nascondeva nel sottotetto della stalla e di giorno lo portava fuori. L’uccellino veniva con noi praticamente ovunque. Le ragazze ci chiedevano cosa ci fosse nella scatola di scarpe, e Giacomo glielo mostrava e loro facevano ohhh e ahhh e così via. Giacomo diceva che alle ragazze piacciono i ragazzi che si prendono cura degli animali, specialmente se sono cagnolini o gattini ma anche gli uccellini andavano bene uguale. Diceva che era un buon modo di conoscere le ragazze a mostrare loro il lato sensibile.

C’era un gatto a casa nostra. Non era il nostro gatto. Gironzolava per casa perché mia madre gli dava del latte e alcuni avanzi. Aveva un occhio solo e non mi piaceva molto perché una volta mi graffiò quando cercai di accarezzarlo.

Mia madre disse, “se tu avessi passato quello che ha passato quel povero gatto, forse graffieresti qualcuno pure tu”. Ad ogni modo dovevamo fare attenzione al nostro pettirosso quando c’era in giro il gatto. Le volte che lasciavamo uscire l’uccellino dalla scatola, vedevamo il gatto che da sotto la casa lo fissava intensamente con il suo unico occhio: che diavolo quell’uccellino sarebbe stato un gran bel pasto! E lo sarebbe stato: quell’uccellino era diventato grasso.

Poi un giorno Giacomo tolse le stecche dall’ala. La maneggiò fra le dita con dolcezza e disse “È guarita”

“Sicuro?” dissi io.

“Sono sicuro.”

Nei giorni che seguirono Giacomo aveva preso a inginocchiarsi e lanciare in aria l’uccellino. Senza esagerare e mai troppo in alto, il pettirosso sbatteva un po’ le ali e planava per brevi distanze. Dopo una settimana, Giacomo disse che era pronto per volare.

Salimmo sul tetto di casa mia usando la scala a pioli di mio padre e portandoci appresso la scatola di scarpe con dentro l’uccellino. Era una serata fresca, e il sole stava per tramontare, Giacomo disse che lasciare andare l’uccellino mentre c’era ancora un po’ di luce gli avrebbe permesso di arrivare da qualche parte, appollaiarsi per la notte, recuperare le forze e essere pronto per volare meglio e più a lungo il giorno seguente.

“Ma sa come si fa ad appollaiarsi?” dissi io.

“È un uccello” disse, come se questo contenesse tutte le risposte.

Ci sedemmo sul tetto vicino al bordo, a dopo un po’ Giacomo prese l’uccellino dalla scatola. Era un momento importante per entrambi. Ci avevamo messo tempo e energia per curare quell’uccellino. Quel pomeriggio era perfino riuscito a volare un paio di metri più in là rispetto al giorno prima, anche se non si era mai alzato più di 15 cm da terra. Il cielo stavo iniziando a scomparire ma c’era ancora molta luce. Giacomo teneva l’uccellino in entrambi i palmi delle mani, come qualcosa di prezioso dentro a un recipiente.

“Ti chiamerò Apollo” disse. “Ti auguro buona fortuna”.

Era in piedi e sull’orlo del tetto, saldo come uno stambecco, mentre io gli ero al fianco un po’ più traballante. Giacomo sollevò l’uccellino come se lo stesse offrendo al sole ormai sbiadito, poi abbassò leggermente le mani per poi riportarle velocemente in alto e lanciò l’uccellino in aria.

Le ali del pettirosso si aprirono immediatamente, ma non sbatterono. Salì un poco e poi si tuffò di becco verso terra. Cadde velocemente e sulla testa in unico punto, fu un atterraggio preciso. Mi parve di sentire il crack arrivare fin sopra al tetto, un suono di come quando qualcuno schiocca le dita.

Giacomo guardò giù verso l’uccellino e disse

“Oh merda”

Come un missile Il gatto con un occhio solo sgusciò da sotto la casa, azzannò l’uccellino dall’ala guarita e sfrecciò di nuovo sotto la casa.

Giacomo rimase in piedi e guardò giù dove era caduto l’uccellino per un lungo momento.

“Non me l’aspettavo” disse. E poi, dopo un altro lungo momento, vedemmo il gatto uscire da sotto la casa con solo l’ala in bocca. Superò il melo e sparì nel bosco dietro casa. Giacomo fece un respiro profondo. Io piangevo un po’. Giacomo mi diede una pacca sulle spalle e disse “Beh, come l’uccello anche il gatto deve mangiare”

(Traduzione dall’inglese a cura di Anna Martinelli)


[Numero: 91]