ferragosto con simenon lansdale c

Con Pushkin al Burger King dove la Pussy Riot dà lezioni di Storia

Sono a San Pietroburgo grazie ai personaggi del libro che sto scrivendo, Il giardino dei cosacchi. Voglio vedere con i miei occhi la strada e la scuola dove Alexander Egorovich von Wrangel ha frequentato il Liceo Imperiale e la casa in cui il suo amico Fëdor Michajlovich Dostoevskij, di undici anni maggiore di lui, ha scritto il suo primo romanzo. Il Liceo Imperiale Alessandro, per chiamarlo con il suo nome completo, è difficile da trovare. A chiunque chieda – Boris, Natal’ja, Marija o Aleksej – nessuno mi sa dire quale degli edifici sulla Prospettiva Kamenno-ostrovskij fosse la sua sede. Passo l’intera mattinata a perlustrare il viale, mi informo ovunque, ma non trovo altro che una statua di Lenin – probabilmente una delle ultime ancora in piedi in città. Del resto non è poi così strano che si trovi qui, visto che l’ampia Prospettiva Kamenno-ostrovskij e la più stretta Bol’shaja Nevka conducono attraverso il quartiere Petrogradskij fino alla stazione Finlandia dove, nel 1917, Lenin scese dal treno e con grande ostentazione cominciò la rivolta contro lo zar: il quartiere fu l’epicentro della Rivoluzione. Appena comincia a cadere neve bagnata, faccio un ultimo tentativo. Mi avvicino a un uomo che indossa un lungo cappotto nero con il collo di pelo nero e protegge la perfetta capigliatura con un ombrello che gli dà un’aria inglese. Prima che io apra bocca mi guarda come se stessi per derubarlo, e anche dopo che gli ho rivolto la mia domanda la sua diffidenza scompare solo gradualmente. Poi dice con una certa soddisfazione: «Signore, lei si sbaglia. La scuola era a Carskoe Selo e il suo allievo più famoso fu Pushkin.» È vero. Solo che nel 1844 la scuola era stata trasferita dal sobborgo di Carskoe Selo in questo viale. Non glielo dico per non sembrare saccente e invito l’uomo a prendere un caffè. Lui non esita un attimo e mi mostra dove possiamo berlo. Ci scaldiamo le mani intorno al bicchierino di cartone del Burger King.

Resto comunque insoddisfatto. Quando l’uomo se ne va, abbordo una non più giovanissima ragazza punk, del genere Pussy Riot. Mi aspetto una risata beffarda e invece ricevo una lezione. Oggi la storia, mi dice, non c’è più bisogno di studiarla, la si può vedere e vivere. Prende il cellulare e digita un sito web. L’indirizzo del Liceo Imperiale Alessandro è Prospettiva Kamenno-ostrovskij 21. Il sito web Edifici storici del Comune di San Pietroburgo ci insegna che in origine l’edificio era un orfanotrofio per fanciulle e che dal 1844 ospitò il Liceo Imperiale Alessandro. Nel corso degli anni vennero aggiunti un secondo piano e un’ala laterale. Davanti al liceo fu eretta una statua dello zar Alessandro I, in giardino un busto di Pushkin. La biblioteca della scuola si dedicò a raccogliere manoscritti e prime edizioni del suo allievo più illustre, e la collezione costituì la base del successivo Museo Pushkin. Nell’ottobre 1917 l’edificio ospitò temporaneamente il quartier generale della Guardia Rossa, nel 1918 il Consiglio dei commissari del popolo decise di chiudere il Liceo Imperiale, che nel 1920 diventò una casa per bambini bisognosi. Nel 1925 la statua di Alessandro lasciò il posto a quella di Lenin – e tutto questo posso leggerlo nella traduzione inglese del sito web. Poi la ragazza mi mostra su YouTube le foto degli interni della scuola nel 1911. Trova fortissime le uniformi nere con i bottoni argentati che gli allievi devono portare; la fa pure molto ridere l’orso impagliato che, in piedi sulle zampe posteriori, arrivano al soffitto dell’aula di biologia. Visita dal medico scolastico, visita dal dentista scolastico, consegna dei diplomi in presenza dei genitori – un preludio di Rachmaninov fa da colonna sonora. La ragazza Pussy Riot ha assolutamente ragione: oggi la storia si può vivere. Camminiamo fino all’edificio, entriamo, scopriamo che è diventato un ufficio comunale con una destinazione non meglio identificata e in giardino cerchiamo invano il busto di Pushkin: pare che adesso si trovi in un parco, ma nessuno sa dove.

-------

La prima casa dignitosa in cui Dostoevskij abitò a San Pietroburgo è facile da trovare. Povera gente diede a Fedor Michajlovich una fama improvvisa e gli permise di traslocare da un bilocale a un ampio appartamento che ora si trova esattamente di fronte all’Hotel d’Angleterre e ospita l’ufficio prenotazioni di Air France- KLM. Gli studiosi di letteratura cercano ancora una spiegazione del perché l’esordio di Dostoevskij abbia avuto un successo così eclatante. Lui stesso affermò di aver incominciato il libro senza la minima pretesa. Non aveva mai scritto prima né un racconto né una novella, e la sua educazione alla scuola del genio militare non era stata quella che si definisce una raffinata formazione letteraria. Terminato il libro, non sapeva bene cosa farne. Lo diede da leggere al critico Dmitrij Grigorovic, un giovane dai capelli scuri e arruffati. Grigorovic ne fu talmente colpito che la sera stessa portò il libro da Nikolaj Nekrasov, suo collega di qualche anno più vecchio, che lo lesse tutto d’un fiato. Quella notte, alle quattro del mattino – era durante le famose «notti bianche» – i due critici bussarono forte alla porta di Dostoevskij per comunicargli che aveva scritto un capolavoro. Il mattino dopo Nekrasov sottopose il libro al sommo sacerdote Belinskij, che «rimase incollato al manoscritto» per due giorni di fila. Belinskij e Nekrasov lo pubblicarono come almanacco e poco dopo l’intera Pietroburgo parlava di Povera gente. È comprensibile lo sconvolgimento provocato dal libro leggendolo ora, a centosettant’anni di distanza? La storia non è niente di speciale. Lo scrittore esordiente aveva copiato la forma del romanzo epistolare da George Sand e Balzac, quando il genere era già sul viale del tramonto. Né era una novità che Dostoevskij scrivesse di «persone comuni»: l’aveva già fatto Gogol’ quattro anni prima, con Anime morte.

C’era però una grande differenza con l’onnisciente Gogol’ che guardava dall’alto i suoi personaggi come una sorta di Dio e descriveva i comuni mortali con pungente umorismo: Dostoevskij scriveva, forse per primo nella letteratura mondiale, dal punto di vista dei suoi personaggi, scriveva dal punto di vista degli umiliati e offesi, dava loro un linguaggio, un modo di pensare, esprimeva la loro grettezza, collera, malvagità, il loro disprezzo, i loro piaceri ed espedienti e la loro piccola ed esitante poesia. Quanto questo fosse totalmente nuovo lo avvertì ogni singolo lettore nel 1846 a San Pietroburgo, dal più normale studente di liceo al più rinomato critico letterario. Ma sono convinto che ci fosse anche dell’altro. Il libro – che ai contemporanei diede un’impressione di sincerità e autenticità, che commosse e inquietò – fece soprattutto intuire che stava nascendo un grande scrittore, uno che non aveva ancora creato il suo capolavoro, ma che l’avrebbe sicuramente fatto entro qualche anno, grazie a quel tono totalmente nuovo che aveva adottato. Povera gente annunciava L’idiota e aveva già qualcosa di Delitto e castigo, il romanzo che convinse dalla prima all’ultima pagina in modo così schiacciante. Povera gente fece di Dostoevskij un uomo ricco. Non lo sarebbe stato a lungo, ma grazie a quello sbalorditivo esordio Fedor potè venire immediatamente annoverato tra i grandi della letteratura e vivere negli agi. In quella stessa strada, la Malaja Morskaja, viveva Turgenev, nei rari momenti in cui non era all’estero, e Gogol’ quando cominciò Memorie di un pazzo: tutti nella stessa strada, che non era nemmeno molto lunga. È solo a San Pietroburgo che può succedere una cosa del genere.


[Numero: 91]