leducazione pornografica

L’orgasmo infinito è in paradiso, e nell’attesa il mondo islamico consuma l’“hard” in segreto

Da una parte c’è il controllo, la fobia della promiscuità tra i due sessi e l’annientamento del corpo femminile, considerato come primo simbolo della tentazione e del peccato; parallelamente, con molta discrezione e nella nudità del proprio io, viaggia l’evasione - anche se per pochi minuti - che porta all’estrema trasgressione, veicolando un esercito silenzioso di consumatori di porno là dove meno te lo aspetti.

E così, conservatorismo, tabù e un bigottismo islamico sempre più in ascesa, si scoprono come un terreno di coltura fertilissimo per il voyeurismo via web di filmati porno. E almeno a guardare, non vogliono mica privarsene. Lo dicono i dati di diverse ricerche, una su tutte, quella sul traffico di Google alla ricerca di filmati hard.

Scorrendo la lista, emerge il Pakistan come primo consumatore ma non sono da meno l’Egitto, la Malesia, l’Iran, l’Arabia Saudita, Iraq, l’Algeria, il Marocco e la Turchia. Un traffico talmente intenso da dar vita a una categoria del porno a sè: sotto la voce “ islamico” si scopre ad esempio che sono molto cliccate le donne in Hijab intente a portare avanti una fellatio. Sesso orale benedetto anche dal famoso Sheikh Youssef al Qaaradawi (oggi sulla lista nera dei fondamentalisti), che sull’emittente qatarina Al jazeera, nel 2004 ne autorizzò la pratica ai suoi telespettatori a condizione che i due sposi fossero consenzienti. Sempre dunque sotto il tetto coniugale. Tutt’altro che “islamico” è il consumo di filmati porno, ma i numeri sono lì a confermare quanto, a suon di repressione, sia cresciuta anche la trasgressione.

Pullulano i canali televisivi con contenuti erotici, ma il mondo musulmano non sta solo a guardare. Cominciano a essere piuttosto numerose infatti le attrici che dalla Tunisia al Libano sono entrate a far parte della macchina del porno facendo delle proprie origini un simbolo distintivo e di successo, come la pioniera marocchina, Dalila, la giovane libanese Mia Khalifa o l’algerina Anissa Kate, per non parlare del Rocco Siffredi di origini marocchine con passaporto tedesco, Zenza Raggi, pseudonimo di Karim Sabaheddine.

Ma facciamo un passo indietro per cercare di capire il trend: la libertà sessuale al di fuori del matrimonio non è solo sconsigliata ma anche scoraggiata con pene detentive. In alcuni paesi conservatori si arriva a pagare con la vita. Eppure, l’islam, rispetto ad altre religioni monoteiste, glorifica la sessualità, tanto che nell’immaginario dell’aldilà l’orgasmo è infinito. E se il paradiso islamico è pieno di simboli erotici, sulla terra, quando il piacere tra una coppia vien meno, la rottura di un matrimonio è ritenuta inevitabile. Il sesso non è tabù nell’islam, ma argomento principale che tocca il sacro. Nella quotidianità delle società musulmane invece, diventa l’occulto, pur se è quasi un’ossessione a leggerne la vasta e ricca letteratura. Lo spiega molto bene ne La sessualità nell’islam il sociologo tunisino Abdelwahab Bouhdiba riportando le fonti dell’islam a riguardo.

Il cortocircuito che si è venuto a creare nel mondo islamico vede dunque da una parte l’esaltazione della sessualità - il paradiso è quasi un set pornografico - e dall’altra si scontra con il muro delle rigide regole che reprimono la sessualità fuori dal matrimonio. Non a caso, è pienamente realistica la denuncia dello scrittore algerino Kamel Daoud: dopo i fatti di Colonia per il Capodanno 2015, sulle pagine di Le Monde e poi del New York Times, scrisse quanto sia problematica e minacciosa la “miseria sessuale del mondo arabo” nel momento in cui questa si scontra con la sua esaltazione, in una lettura iper-sessualizzata del paradiso. A rimettere insieme i diversi pezzi, si comprende molto di più la ricerca di sesso attraverso uno schermo. Visto che i tempi per praticarlo sono umanamente difficili da rispettare, tanto vale ammazzarsi di porno.


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