ledcazione pornografica

Il sesso come ferita: la debolezza e la forza di Rocco Siffredi

Il filosofo Montaigne diceva che l’umanità davanti alla rappresentazione del sesso ha due atteggiamenti: la rimozione e il riso. L’Italia è stato un grande laboratorio mondiale del conflitto perenne tra pudore e liberazione, da Lasse Braun fino a Riccardo Schicchi e Giuliana Gamba raccontati bene nel film di Carmine Amoroso Porno e libertà. Oggi è l’epoca di Rocco Siffredi. Se fate un esperimento e lo citate in un consesso pubblico, la maggior parte della gente al suo nome sorriderà; allegria, imbarazzo, altri diranno di non conoscerlo. Riso e rimozione, fedeli a Michel Eiyquem de Montaigne.

Eppure nonostante ciò, ritengo che Siffredi sia tragico più che comico, più vicino alla sublimazione della morte che alla rappresentazione della vita, fondamentalmente anti-italiano come tutti i migliori italiani. Lui è la sua ferita, che ha mostrato solo in parte dentro un documentario uscito l’autunno scorso «Rocco» di Deimaiziere e Teurlai. In un pezzo del film dice qualcosa che suona terribile, in parte anche disperato: «Non riesco a godere di una vita spensierata quando faccio di tutto per rovinarmela».

Uscii scosso dalla visione del suo biopic perché mi ero confrontato con un lato ossessivo e disperato che assomigliava alle mie ferite e i miei complessi, dalla dipendenza all’ossessione, mitigati da una certa curiosità per gli altri, ossia per il mondo diverso. Si trattava di un approccio da alieno o da bambino che guarda le cose come se fosse la prima volta.

L’indizio più eloquente della sua ossessione è il rapporto con il proprio ruolo di attore, un ritiro nel 2004, un ritorno nel 2009 deluso dalle performance dei nuovi attori, poi ancora un nuovo ritiro nel 2015 a cavallo della sua partecipazione all’«Isola dei Famosi» e ancora l’ennesimo ritorno nel 2017. Tanto che il settimanale allegato a «Le Monde» lo incorona re delle ossessioni con una copertina nel giugno del 2016 dal titolo: «Rocco, una storia molto lunga» suscitando l’ira di molti e l’approvazione divertita di altrettanti.

Ebbi la prima sensazione della sua ossessione alla fine degli Anni Novanta, ai tempi di «Milano Roma» una trasmissione Rai che raccoglieva due personaggi eterogenei nello stesso abitacolo di un’auto. Le coppie erano, Dario Fo e Ambra Angiolini, Achille Occhetto e Claudia Koll, Luciana Littizzetto e Rocco Siffredi. Littizzetto in quel momento è una delle star di «Mai dire gol», interpreta Lolita, una groupie del sesso che con linguaggio ardito e ironico destabilizza gli uomini del calcio che si mostrano inebetiti dal lessico allusivo e iperbolico. Guardai la trasmissione con grande curiosità, Rocco Siffredi si comportava come se non ci fossero state telecamere, con un linguaggio che oggi definiremmo politicamente scorretto, mi parve evidente che non stava recitando, il sesso non era solo un aspetto della sua vita, era la sua vita, un blob che occupava ogni cosa e da un momento all’altro sarebbe tracimato oltre lo schermo televisivo.

Avevo vent’anni, insieme ai romanzi, al cinema, e agli astratti furori, il mio immaginario si formava anche con la pornografia, e naturalmente le cose girate da Rocco, che in quel periodo furono segnanti. Sin dalle prime esperienze registiche e produttive degli Anni Novanta, la sua visione sul sesso apparve molto moderna. Accentrava la sua ricerca immaginando un pubblico simile a lui, mettere in campo le sue fantasie, ed è evidente che con le attrici dei suoi film instaurava un rapporto di complicità. Le partner apparivano in sintonia, e non pareva esserci fittizia accondiscendenza. La complicità permetteva di osare anche scene molto forti che oggi si sono evolute e degenerate nella branca chiamata Rough Sex, spazzatura misogina che viene venduta e distribuita con gli stessi avvertimenti del wrestling «Non fate questo a casa vostra».

Ma Siffredi no, si situa su un crinale in cui le cose che fa, sono umane, ironia invece del sarcasmo o del puro dileggio, un complice feeling con la partner. Ma soprattutto lì c’era un contesto: la città di Roma. A Kelly Stafford o Letizia Bisset mostrava i lati metropolitani più contradditori, più cupi che si vitalizzano con il sesso, spesso di gruppo, spesso in luoghi degradati come palestre di periferia, grotte in disuso, spiagge desolate, covi di sbandati, ospizi. Ognuno di questi è visitato con aria avventurosa. Il climax termina con l’incontro tra Rocco e la sua amata, colei che ha registrato tutte le esperienze di quella città torbida e infernale che è Roma. La partner si porta dietro i mondi che hanno vissuto assieme e s’incontrano nell’atto dove si mischiano i baci più dolci e i capelli tirati. Dei film di quegli anni amavo i momenti non sessuali, i dialoghi da teatro dell’assurdo, che si svolgevano quasi sempre in auto. «Che tempo del cazzo» dice Rocco. «No, è tempo di cazzi» rispondeva Perla Mazza, nel culto Mai dire mai a Rocco.

Negli anni sono uscite tante interviste che ne hanno evidenziato gli aspetti umani e teneri, ma anche quando entra in campo l’edulcorazione, la tragicità di Siffredi è evidente.

Basta leggere la sua biografia Io, Rocco (Mondadori 2008). Sono aneddoti che si avvicinano al romanzo rothiano piuttosto che al memoir familiare, i momenti più efficaci sono quando Rocco racconta il rapporto con suo padre, e di mezzo, tanto per cambiare c’è lui: il sesso. Tra le scene più potenti quella in ospedale, mentre la madre di Rocco è in fin di vita, il padre fa lo stupido con la vicina di letto, o quando ormai vedovo corteggia le altre vedove sperando di impalmarne una. Quando finalmente la trova, la poverina una settimana dopo muore.

Siffredi ha inciso nell’immaginario sessuale (non solo italiano) di questi anni, perché in lui c’è l’ossessione per il sesso, un chiodo fisso, una ferita ed è per questo che nonostante sia considerato il simbolo e un prototipo di macho italiano è invece epitome dei maschi feriti dall’ossessione, schiavi delle loro debolezze che non sprofondano perché di questa consapevolezza ne fanno la loro forza col rischio perenne di perdere tutto da un momento all’altro.


[Numero: 90]