leducazione pornografica

Feona e Clarissa, le prof oltre i tabù di Cambridge

Il porno, questo sconosciuto. Sembra un paradosso, visto che mai come adesso la pornografia si è diffusa in ogni angolo più remoto della Terra. Ovunque c’è uno smartphone, si può star certi che lì c’è un video porno pronto per essere cliccato. Una copertura capillare, senza filtri: mai contenuti così sessualmente espliciti sono stati accessibili a così tante persone e in maniera così diretta e gratuita. Tutti sanno dove andare a cercare il porno, eppure poco si sa di cosa di ciò significhi in termini culturali, sociali e antropologici. I dati sono chiari: il 30 per cento della banda consumata ogni mese su Internet è usata per trasferire materiale pornografico.

E non si sta parlando di dark web o di siti a pagamento o di difficile accesso. Si parla di porno raggiungibile grazie ai motori di ricerca normali. Digitate porno su Google e arrivate a destinazione. Ogni mese i siti pornografici hanno più visitatori di Amazon, Twitter e Netflix messi insieme. Nonostante le dimensioni galattiche del fenomeno, non era mai stato fatto uno studio serio e organico a livello accademico, fino all’arrivo di Porn Studies, la prima rivista universitaria scritta da professori e ricercatori e rivolta a professori e ricercatori, sul tema della pornografia e dei suoi agganci con gli altri campi del sapere.

L’idea nasce nel 2013 da due professoresse inglesi, Feona Attwood, sociologa alla Middlesex University e Clarissa Smith, sessuologa culturale alla Sunderland University (se così si può definire una ricercatrice che studia gli aspetti culturali delle attività sessuali). L’intento è mettere in rete a livello mondiale tutte le ricerche sull’argomento e cercare di indagare in maniera più organica il proliferare del porno grazie a Internet.

«Il porno è diventato una parte importante delle vite di molte persone, cosa questo significhi è una cosa che non sappiamo ancora» si legge nell’editoriale di presentazione. Sociologi, sessuologi, criminologi, esperti di nuove tecnologie, di media e di gender hanno aderito all’iniziativa di Attwood e Smith e il primo numero è andato online il 21 marzo 2014. L’accoglienza non è stata però delle più entusiastiche. C’erano da aspettarsi il sarcasmo e le battutine in tono goliardico. E infatti sono arrivate: «Una nuova disciplina sbarca all’Università. Adesso si andrà a studiare il porno a Cambridge», con il chiaro doppiosenso sulle attività sessuali nei dormitori dei college. Passato l’effetto novità, le frecciatine sono scomparse, ma è montata la polemica.

Perché Porn Studies è uscita nel periodo del boom delle Cinquanta sfumature, quando la fortunata serie porno soft di EL James iniziava a titillare le fantasie di migliaia di casalinghe disperate. O di Milf, per usare una delle categorie più cliccate sui siti di streaming porno. E anche Lena Dunham in Girls parlava esplicitamente di sesso. E Sex and the City aveva già sdoganato il sesso libero e i toy boys mentre le vere Casalinghe Disperate della serie tv ne combinavano di tutti i colori. Questo per dire che il terreno era pronto per parlare più apertamente di temi altrimenti considerati proibiti e scabrosi.

Porn Studies voleva capire chi sono gli utenti. Quali effetti il porno online ha a livello di massa, e specialmente sui più giovani, che hanno accesso facile e gratuito a contenuti altamente espliciti. Sono effetti negativi o positivi? Il porno, in sostanza, è una cosa liberatoria? Oppure riproduce l’oppressione fallica delle dominazione maschile da sempre contestata alla pornografia da una certa corrente del pensiero femminista ispirata a Germaine Greere?

Ma l’approccio libero e disinibito delle rivista di pornografia accademica, ha scatenato subito la polemica. È partita una petizione contro il giornale e il suo editore, la compunta e seriosa casa editrice universitaria Routledge, abituata a maneggiare polverosi paper e saggi di altrettanto polverosi professori. La petizione, dove si chiedeva la chiusura del sito, raccoglie 880 firme di addetti ai lavori in poche settimane. L’accusa contro le due studiose è di non essere accademicamente equilibrate ma sfacciatamente pro porno. Dietro la petizione c’è il gruppo di pressione “Stop Porn Culture” che si autodefinisce “un gruppo di professori, attivisti, esperti anti violenza, educatori e professionisti della sanità pubblica” preoccupati perché il messaggio di Porn Studies è volto alla “normalizzazione del porno”.

Secondo gli attivisti in questione invece, il porno non va studiato ma vietato e combattuto, perché la “cultura pornografica” è il male. Capofila dei professori anti porno è Gail Dines, sociologa al Boston Wheelock College, autrice di Pornland e autorità del mondo degli studi sulla pornografia, per la quale Attwood e Smith sono come i negatori del riscaldamento globale. Negano cioè l’evidenza di tonnellate di studi che dimostrano gli effetti negativi del porno. Gli esempi, secondo Gail Dines, sono molteplici. Primo tra tutti l’assunto che tutti i bambini sotto i dieci anni abbiano già visto dei video porno. Oppure che le ragazze si depilano i genitali perché questo è il modello diffuso dai divi del porno e lo fanno per piacere ai ragazzi che trovano i peli disgustosi. Il porno, in questa visione, sarebbe responsabile anche del boom di chirurgia estetica per ingrossare il seno e per abbellire i genitali. L’accusa più grave è che il porno sia sempre più violento e che è provata la correlazione tra la visione di sesso violento o estremo online e le violenze sessuali nel mondo reale.

Ribatte Feona Attwood: «Ci sono davvero ben poche prove che tutte queste cose siano vere. Però ormai si citano come cose appurate, fatti di conoscenza generale. Per questo dico che sono state scritte tonnellate di cose che non spiegano niente se non i soliti luoghi comuni. Sembra che l’unica cosa a interessare sia se il porno è dannoso oppure no».

Mentre su Porn Studies non è questo che conta. Sul sito ci sono saggi sul business e anche interventi di imprenditori del settore (come Tristan Taormina), cosa che ha suscitato ulteriore scandalo. Clarissa Smith è ancora più diretta nel ribadire la sua posizione: «Il porno per noi è una cosa buona».

Ma gli anti porno non credono alla validità di questo approccio. Secondo la Dines e i suoi seguaci, nei dvd e nei top 50 siti porno il 90 per cento dei contenuti mostrano abusi fisici o verbali contro le donne.

Nonostante le polemiche iniziali, Porn Studies continua felicemente a pubblicare online i suoi saggi sulle mille sfaccettature del fenomeno e spazia tra identità, corpi, potere, appartenenza, media e realtà contemporanea. Il tutto con un atteggiamento “laico” di non condanna. Tra le decine di studi pubblicati ce ne sono di particolarmente interessanti sull’uso dei big data raccolti nei siti porno. Oppure una mastodontica indagine sul significato del piacere nel porno, dove sono stati raccolte più di 5.000 risposte a un questionario sui dieci motivi per cui si usa il porno per stimolare la fantasia sessuale.

Ma lo studio più interessante e spiazzante rivela una verità banalissima (e anche piuttosto triste, a dir la verità): uno dei maggiori motivi per cui la gente guarda porno e che non ha di meglio da fare.


[Numero: 90]