[Sommario - Numero 89]
L’ora di storia
Sara Gavioli - Illustratrice e decoratrice di Carpi, dove è nata nel 1983, vive e lavora a Tolosa. Collabora con le case editrici Battello a Vapore, Orecchio Acerbo, Eli Edizioni, Loescher, Editori Internazionali Riuniti e Biancoenero.
La poesia - Mistero
Maurizio Cucchi
egitto 2017 diario di scavo

Napoleone sul Nilo: Soldati! 40 secoli vi guardano

La scoperta archeologica dell’Egitto si inizia con Napoleone e Vivant Denon. Un imperatore e un barone. Un generale e un artista. Essi percorsero insieme un tratto di strada; si conoscevano bene, ma non avevano nulla in comune. Quando prendevano in mano la penna, dall’uno nascevano editti, decreti e codici e dall’altro novelle e disegni leggeri, immorali, anzi pornografici, tali da annoverarsi fra le curiosità clandestine. Quando Napoleone scelse quest’uomo perché lo accompagnasse in qualità di collaboratore artistico nelle sue spedizioni, fece uno di quei colpi fortunati che solo i posteri possono valutare appieno.

Il 17 ottobre 1797 fu firmata la pace di Campoformio. Con essa si chiuse la campagna d’Italia, e Napoleone fece ritorno a Parigi.

«I giorni eroici di Napoleone sono passati», scrisse Stendhal. Ma il romanziere sbagliava. I giorni eroici cominciavano. Ma prima di accendere tutta l’Europa come una cometa, Napoleone si abbandonò, «da visionario, a una chimera nata dal suo cervello malato». Nella piccola stanza che misurava con passo inquieto, divorato dall’ambizione, paragonandosi ad Alessandro e disperato per quanto non aveva ancora compiuto, egli scrisse: «Parigi pesa su di me come una cappa di piombo! La vostra Europa è una collina di talpe! Solo in Oriente, dove vivono seicento milioni di uomini, possono essere fondati grandi regni e organizzate grandi rivoluzioni!».

Il 19 maggio 1798 Napoleone partì da Tolone alla testa di una flotta di 328 navi e con a bordo un esercito di 38.000 uomini (pressappoco come Alessandro, quando partì alla conquista delle Indie). La meta era Malta, e quindi l’Egitto!

Un piano da Alessandro. Oltre l’Egitto, Napoleone spingeva lo sguardo fino all’India. La spedizione per mare era un tentativo di colpire a morte in uno dei suoi membri l’Inghilterra inattaccabile in Europa. Nelson, comandante della flotta inglese, incrociò invano nel Mediterraneo per un mese; due volte arrivò quasi in vista di Bonaparte, ma due volte lo mancò.

Il 2 luglio Napoleone toccò il suolo egiziano. Dopo una terribile marcia attraverso il deserto i soldati si bagnarono nel Nilo. E il 21 luglio il Cairo emerse dalle prime nebbie, come una visione da Mille e una notte, con le esili torri dei suoi quattrocento minareti e con le cupole della moschea di Djami-el-Azhar. Ma accanto a questo splendore di eleganza e di ornate filigrane sulle brume di un cielo mattutino, accanto al ricco, voluttuoso e incantato mondo dell’Islam, si innalzavano dalla gialla arsura nel deserto, contro la parete grigio-violetta dei monti di Mokattam, i profili di costruzioni gigantesche, fredde, enormi, distanti: le piramidi di Gizeh, geometria pietrificata, silente eternità, testimonianze di un mondo già morto quando l’Islam non esisteva ancora.

I soldati non ebbero neanche il tempo di stupirsi o di ammirare. Davanti a loro giaceva un morto passato; il Cairo rappresentava un futuro ricco di fascino, ma un presente di guerra li attendeva: l’esercito dei Mamelucchi. Diecimila cavalieri brillantemente addestrati, cavalli irrequieti, fiammeggianti yatagan; e davanti a tutti Murad, come ventitre dei suoi bey, su un cavallo candido come un cigno e con un turbante verde scintillante di brillanti. Napoleone additò le piramidi; e allora non fu solo il generale che parla ai suoi soldati, lo psicologo che si rivolge alle masse, ma un occidentale che si misura con la storia del mondo. «Soldati! Di lassù quaranta secoli vi guardano!».

Lo scontro fu formidabile. E la foga degli orientali fu sopraffatta dalla disciplina delle baionette europee. La battaglia si trasformò in una carneficina. IL 25 luglio Bonaparte entrò al Cairo. Metà della strada verso l’India sembrava percorsa.

Ma il 7 agosto vide la battaglia navale di Abukir. Nelson aveva finalmente snidato la flotta francese e piombò su di essa come un angelo vendicatore. Napoleone era preso in trappola. L’esito dell’avventura egiziana era deciso. Essa si trascinò, è vero, ancora per un anno; portò le vittorie del generale Desaix nell’Alto Egitto e infine la vittoria terrestre di Napoleone presso quella medesima Abukir che aveva visto la distruzione della sua flotta. Ma più che vittorie portò miseria, fame, pestilenza, e a molti la cecità prodotta dalla malattia egiziana che divenne la costante accompagnatrice di tutte le unità militari, al punto da essere designata scientificamente come «ophthalmia militaris».

Il 19 agosto 1799 Napoleone abbandonò la sua armata. Il 25 agosto, in piedi sulla tolda della fregata Muiron, egli vide al costa della terra dei Faraoni inabissarsi lentamente nel mare. Allora si volse e fissò lo sguardo sull’Europa.

La spedizione di Napoleone, militarmente fallita, ebbe comunque il risultato di schiudere alla vita politica europea l’Egitto moderno e alla ricerca scientifica quello antico. Infatti, a bordo della flotta francese, non c’erano solo duemila cannoni, ma anche centosettantacinque “scienziati civili”, conosciuti dai marinai e dai soldati con l’efficace, ma erroneo nomignolo di “asini”; essi erano forniti di una biblioteca che conteneva quasi tutti i libri reperibili in Francia sulla terra del Nilo, e di duecento casse con apparecchi scientifici e strumenti di misurazione.


[Numero: 89]