[Sommario - Numero 89]
L’ora di storia
Sara Gavioli - Illustratrice e decoratrice di Carpi, dove è nata nel 1983, vive e lavora a Tolosa. Collabora con le case editrici Battello a Vapore, Orecchio Acerbo, Eli Edizioni, Loescher, Editori Internazionali Riuniti e Biancoenero.
La poesia - Mistero
Maurizio Cucchi
egitto 2017 diario di scavo

La bella vita di Kha e Merit coppia perfetta per il faraone

Il sole stava già tramontando, ma nessuno quel giorno desiderava interrompere il lavoro. Il muro di pietre e fango che era stato appena trovato al termine di una scala che scendeva nella roccia era il sogno di ogni egittologo: era ancora intatto, e quasi certamente proteggeva l’ingresso di una tomba inviolata. Ernesto Schiaparelli, direttore dal 1894 del Museo Egizio di Torino, scavava da un mese tra la montagna di detriti accumulata a Deir El-Medina, a un passo dalla Valle dei Re. Secoli di saccheggi nelle tombe avevano ricoperto la piccola valle di pietre, cocci di vasi, resti di mobili, ossa umane, stuoie e tessuti che formavano uno spesso strato sbiancato dal tempo. Più di 250 operai divisi in squadre avevano rimosso a mano quei detriti. Li aveva scelti uno per uno un fidato collaboratore di Schiaparelli, Bolos Ghattas, selezionandoli in modo che fossero di etnia e religione diverse per evitare sommosse: prima di ribellarsi, avrebbero dovuto mettersi d’accordo fra loro, cosa ritenuta impossibile.

Ma gli operai lavoravano in allegria, cantando per tutto il giorno su una melodia che uno improvvisava e gli altri ripetevano, descrivendo nel canto quello che accadeva intorno a loro. Com’era avvenuto migliaia di anni prima quando le tombe erano state scavate, i detriti venivano portati via da bambini, che fungevano anche da messaggeri. Era stato un bambino, quel giorno di fine febbraio del 1906, ad annunciare all’accampamento che gli scavatori avevano scoperto l’ingresso di una tomba diversa dalle altre, desolatamente vuote, le cui bocche si aprivano sgomente nelle pareti della valle.

Schiaparelli era sicuro che avrebbe trovato qualcosa. Anche Gaston Maspero, il leggendario archeologo francese che era stato suo professore a Parigi, e che ora dirigeva il Service de Conservation des Antiquités de l’Egypte, gli aveva consigliato di scavare a Deir El-Medina, l’antico villaggio degli operai. “Questa piccola valle – ha scritto Schiaparelli – aveva attirato la nostra attenzione per vari motivi, ma principalmente perché nella parte superiore della medesima vedevansi i resti di una edicola di mattoni crudi, coperta da una pesante sovrastruttura in forma di piramide e racchiudente una cappella (…) che doveva, in origine, essere bellissima”. La cappella era anteriore alle tombe che la circondavano, ed era stata dunque il luogo di culto di una tomba precedente che doveva trovarsi più in basso, sotto quella montagna di detriti. Ed era proprio così.

Nonostante l’ora tarda, si decise di aprire nel muro che bloccava l’ingresso una piccola apertura. Schiaparelli racconta: “Vi passò contorcendosi il vecchio Califa, capo dei lavoranti: e una di lui immediata esclamazione di gioia ci assicurò che le nostre speranze non erano state deluse”. Nel corridoio, dieci metri dopo il primo muro, ce n’era un altro, anche questo intatto. “Quella notte – continua l’archeologo – il soprastante Benvenuto Savina vegliò sulla scala contro il muro che chiudeva l’ingresso e il Conte Alessandro Casati si accampò presso l’imbocco della scala”. Tra le tende dell’accampamento furono posti in vista quattro fucili, con le baionette innestate perché luccicando al sole scoraggiassero i predoni. Nell’unico edificio in mattoni realizzato dalla spedizione, e destinato a camera oscura, i fotografi Francesco Ballerini e Virginio Rosa preparavano le lastre con le quali avrebbero documentato ogni fase dello scavo. Rosa era figliastro di Secondo Pia, l’uomo che nel 1898 aveva fotografato la Sindone rivelandone il segreto.

Abbattuto il secondo muro, Schiaparelli si trovò nell’anticamera della tomba: posati a terra lungo la parete di sinistra c’erano due panieri con grosse corde di lino, un letto, uno sgabello di legno, rami di persea e fiori di papiro. Al fondo, una porta di legno di larice, anch’essa intatta, proteggeva ancora la tomba. L’ultimo dei parenti che ne era uscito l’aveva chiusa tirando una cordicella che sporgeva da un buco e che aveva fatto scorrere il paletto interno, bloccandolo per sempre. La porta era poi stata sigillata con calce e il vaso della polvere e gli attrezzi usati erano ancora per terra, come li aveva lasciati l’operaio che aveva eseguito il lavoro. Sulla porta c’era una sferza di cuoio arrotolato usata per le punizioni, sopra la quale erano stati tracciati con inchiostro i geroglifici di un nome: “Kha”.

Nel libro “La tomba intatta dell’architetto Kha nella necropoli di Tebe”, scritto per il re Vittorio Emanuele III che aveva finanziato con 15.000 lire le spedizioni del Museo Egizio di Torino, Schiaparelli non lascia mai trapelare alcuna emozione. Ma anche il cuore di quel grande accademico e filantropo deve avere battuto più forte all’interno della tomba. Tutto era in perfetto ordine: intorno ai sarcofagi di Kha e di sua moglie Merit c’erano gli oggetti e i mobili della loro casa, l’abitazione di un agiato architetto nato sotto il regno di Amenhotep II (1427-1401) e morto sotto quello di Amenhotep III (1391-1353), dopo essere diventato il responsabile di tutte le costruzioni del Faraone. C’erano due tavolini di canna sui quali erano state posate decine di focacce, vassoi pieni di frutta, vasetti di marmellata, fiori e profumi. Sembrava quasi che tutto fosse pronto per ricevere degli ospiti. Nei cofani erano state ripiegate con amorevole cura le vesti e la biancheria, che recava impresse le cifre dei proprietari, come si fa ancora oggi. Sopra a una rete contenente noci di palma c’era uno stuoia da viaggio, dotata di tasche per il vestiario e la biancheria di ricambio.

L’archeologo ne fu colpito. Immaginava Kha “arrivare la sera alla stazione di fermata: srotolava la stuoia, vestiva l’abito per la notte, ripiegava i sacchi sul fianco ed aveva pronto il suo letto”.

Anche Schiaparelli si sarà commosso nel vedere la mummia dell’esile Merit, avvolta in un lenzuolo di lino. Era stata piegata un po’ sul fianco, come se dormisse rivolta verso la raffigurazione di Nut, la dea del cielo e della nascita, che adornava il suo sarcofago. E poi c’era quel tenero lume di bronzo che era stato lasciato acceso nella tomba fino a consumare l’intero stoppino, mentre l’ultimo parente, forse uno dei figli, tirava la cordicella della porta, cento anni prima che Achille trascinasse il corpo senza vita di Ettore intorno alle mura di Troia.

Le foto di Ballerini e Rosa ci mostrano la lunga fila di operai che portano fuori dalla tomba gli oggetti caricati a spalla, proprio come era stato fatto, nella direzione opposta, più di tremila anni prima. Ogni reperto è stato catalogato e riposto in casse riempite di paglia e ovatta, costruite da falegnami sul posto, e poi portate a Luxor nella missione dei padri Francescani che stava lì dal 1600. Da Luxor, le casse avrebbero raggiunto il Cairo scendendo il Nilo, o a dorso di asino e dromedario, e poi Alessandria in treno e l’Italia in nave. Prima della partenza avveniva il partage, si decideva cioè che cosa sarebbe rimasto in Egitto e che cosa si sarebbe potuto portare via. L’Egitto si tenne una lucerna e il cubito dorato che un Faraone aveva regalato a Kha. Grazie a Ernesto Schiaparelli, il resto è da allora nel Museo Egizio di Torino, unica testimonianza al mondo non solo della vita quotidiana in una famiglia agiata della XVIII dinastia, ma anche dell’affetto e della tenerezza che vi regnavano.


[Numero: 89]