leggete e moltiplicatevi

Solimine: “Non è una cosa da tempo libero torniamo a leggere ad alta voce in classe”

Trent’anni fa il sociologo Marino Livolsi pubblicò un breve saggio che fece molto discutere: si intitolava Almeno un libro (La Nuova Italia), e mostrava come più della metà degli italiani non leggessero neppure un libro l’anno, benché le statistiche fossero molto migliorate rispetto al passato.

Nel ‘65 infatti solo il 16,3 superava questa minima asticella, nel ‘73 erano poco più del 24, e nell’84 poco meno del 47.

Da allora, fra alti e bassi, la situazione non è sostanzialmente cambiata.

La lettura in Italia rimane un problema, nonostante un mercato editoriale che è paragonabile a quello di Paesi dove si legge molto di più grazie a un manipolo di lettori accaniti e all’esplosione di festival, Fiere, Saloni, senza contare il successo mediatico di certi premi letterari.

Ne parliamo col presidente del più famoso, lo Strega, assegnato fra un tripudio di polemiche, come da copione.

Giovanni Solimine, docente di Biblioteconomia e di Culture del libro, dell’editoria e della lettura alla Sapienza di Roma, e con molte altre responsabilità accademiche sempre in questi settori, ha una spiegazione: «La lettura è cresciuta, ovviamente, dalla metà degli Anni Sessanta grazie alla crescente a scolarizzazione; poi si è fermata e da qualche tempo, nonostante la scolarità continui ad aumentare, è in regresso.

Il quadro è questo, e per ciò che riguarda gli ultimi anni non rappresenta una particolarità italiana. Succede anche, poniamo, in Inghilterra».

Colpa delle rete?

Lo “spazio vuoto” che veniva occupato dalla lettura, soprattutto tra i giovani, è ora invaso dai social, come possiamo verificare ogni giorno.

Ma stanno cambiando anche gli stili dell’apprendimento, che ricorre sempre più alle immagini e sempre meno a un testo scritto. Prova ne sia il successo dei “tutorial” su YouTube.

Altri studiosi fanno osservare che diminuisce sì la lettura di libri, ma aumenta quella di testi, dai messaggini in su. Non sembra proprio la stessa cosa.

Infatti bisogna uscire da una dimensione solo quantitativa, e cercare di indagare la qualità delle letture.

Ci possono aiutare gli scienziati cognitivisti, per esempio Maryanne Wolf che in Proust e il calamaro (Vita e Pensiero) distingue tra lettura profonda, che induce alla riflessione, e altri tipi di lettura frammentata.

Quella profonda, cioè il libro, ha bisogno di contesti che sembrano allontanarsi sempre più dai nostri stili di vita.

Il libro resterebbe dunque un valore, anche se non sappiamo come farlo «valere». Viene da chiedersi però se tutti i libri siano eguali. Perché mai un bestsellerone dovrebbe rappresentare una scelta qualitativamente migliore rispetto a un’ottima serie tv?

Ci sono serie tv davvero molto ben fatte che possono dare emozioni e fornire competenze.

Ma il libro ci mette a contatto con le parole e richiede quindi uno sviluppo delle nostre capacità linguistiche; per questo resta la scelta migliore.

Non dimentichiamo che gli studenti spesso commettono errori perché non sanno - non “vedono” - come si scrive una certa parola.

Viva il bestellerone, in mancanza di meglio?

Resta una pratica comunque formativa.

Ma non basta.

Il nostro guaio è che in Italia ci sono moltissime iniziative, però non esiste un piano sistematico.

Valga l’esempio della scuola: si insegna che la lettura è importante, ma poi si chiede ai ragazzi di praticarla nel tempo libero.

Così non li si convince: se è davvero così importante, perché non la si fa in classe?

E se la promozione del libro e della lettura sono così importante, perché una legge, una buona legge sul libro, è ferma in Parlamento?

Questa è davvero una vicenda paradossale.

La legge venne presentata nel 2013, all’inizio della legislatura, e tutti si dichiararono d’accordo.

Ora la legislatura sta per finire, e non è neppure arrivata alla Camera.

Ho persino sollecitato, di recente, la presidente Boldrini, durante un incontro organizzato dallo Strega.

Battaglia persa?

No, non ancora.

Ma è sempre più urgente che si mettano a lavorare insieme le istituzioni e i soggetti della filiera del libro: editori, librai, il Centro per il libro e la lettura che è stato sì istituito presso il Ministero per i beni culturali, ma riesce a fare ben poco anche perché non è finanziato; e poi i festival, le fiere, la scuola, insomma tutti. Possono avere interessi diversi, ma resta comune quello di allargare le basi sociali della lettura.

I festival sono molto «social», quanto a questo.

Sì, sono soprattutto un momento di condivisione, più che di promozione vera e propria.

E i premi come lo Strega?

Un premio letterario ha altri scopi che non la promozione della lettura.

Però il vincitore generalmente quintuplica le sue vendite.

E il fatto che venga assegnato all’inizio dell’estate indirizza e stimola le scelte per i libri da leggere in vacanza. Inoltre se ne parla tanto, e già questa è un’ottima occasione.


[Numero: 88]