leggete e moltiplicatevi

«Sono il re delle città del libro. Ma mi hanno decapitato»

Re Richard nel 1979 con il creatore della sua corona di gioielli, Reg Clark, “Ministro della tecnologia”

La stazione più vicina ad Hay-on-Wye è a Hereford, venti miglia di distanza (oltre 30 km, per noi che viviamo sul continente). Mentre ci si avvicina al paese, immerso tra il verde e i declivi della campagna al confine tra Galles e Inghilterra, area dalla bellezza selvaggia e malinconica, si distinguono dapprima i tetti spioventi e grigio scuro, poi le case in pietra. A colpo d’occhio si vede anche il castello che sovrasta la città, con le sue torri e le mura rosse.

Hay-on-Wye, 1400 anime, un tempo oltre 40 librerie, oggi 24. Non ci si avventura a caso tra queste terre. Hay-on-Wye è la prima Book Town del mondo. E di solito ci si arriva in cerca di un libro. O per seguire il festival organizzato dal Guardian e che si tiene ogni anno tra fine giugno e inizio luglio. Quello stesso festival che quest’anno compie trent’anni e cui Richard Booth, l’autoproclamato King of Hay, il re di Hay, colui che ha avuto l’idea di inventare una città del libro, non ha mai smesso di osteggiare.

«Quella del festival è solo una questione di soldi - spara subito - Ha snaturato l’anima con cui era nata la mia iniziativa. L’hanno venduta a Murdoch, ai privati. O almeno ci hanno provato. Ma il mondo internazionale dei libri, quello che verrà, unito dal turismo quanto dai cambiamenti climatici, non si ferma. I libri nuovi promossi dagli autori sostengono l’economia nazionale; i libri usati, promossi dagli individui, aiutano quella transnazionale. I libri nuovi sono uno strumento per l’ego, quelli di seconda mano servono per l’intelletto».

A parlare con Booth non si capisce bene se si tratti di un pazzo o di un visionario. Forse le due cose coincidono, almeno in parte. Booth è sempre stato un radicale, e anche oggi, a quasi 80 anni, mentre si lascia aiutare dalla moglie per sistemarsi alla scrivania prima di iniziare a lavorare, non perde il suo piglio battagliero. La sua storia con Hay comincia quasi cinquant’anni fa, nel 1961, quando rientrato dagli studi a Oxford e con un groppo in gola per il destino di abbandono cui andava incontro il paese della sua famiglia decise di inventarsi qualcosa. Quel qualcosa inizialmente fu fondare una piccola biblioteca di libri usati nella vecchia stazione dei pompieri della cittadina. Poi, con il tempo, divenne l’idea di trasformare Hay-on-Wye nella città del libro. La prima Book Town del mondo. Un esempio seguito oggi da oltre 40 cittadine, da Jinbocho in Giappone a Brownville negli USA.

«Vengo da una famiglia di militari. Mio padre amava i libri usati ma non aveva soldi. Per tre generazioni la mia famiglia ha combattuto nei reggimenti e tre dei miei familiari sono morti per difendere l’impero. Anch’io ho frequentato scuole militari e da allora mi sono orientato su posizioni radicali. Ho iniziato a considerarmi come un combattente per la democrazia. Ma con altri mezzi».

La sua idea di democrazia si ispira a quella tipicamente anglosassone della libertà dell’individuo di fronte alla potenza dello stato e la radicalizza. Ma quello che sorprende nella sua iniziativa è l’impatto economico che è stata capace di esercitare sulla cittadina, salvandola in sostanza dall’abbandono e dal fallimento. Secondo uno studio del 1999 dell’Università di Strathclyde , in Scozia, la capacità di crescita del tessuto e dell’economia sociale delle Book Towns si è dimostrata molto positiva ed Hay è una sorta di “topo che ruggisce”. Un’impressione confermata dai numeri, con 350.000 visite annue per questo paesino semi-sperduto.

Per ottenere il suo scopo questo ottuagenario guerrigliero non ha mai lesinato inconsueti mezzi di marketing, come quando, nel 1977, si è autoproclamato King of Hay (da qui il nome della libreria che ancora oggi gestisce). «All’epoca Marianne Faithful era sposata con Mick Jagger e i giornalisti cercavano continuamente notizie su di lei. Allora io me ne sono uscito con questa storia di essere un re, cosa che cadeva a pennello visto che possedevo un castello. E così molti giornalisti internazionali hanno iniziato a interessarsi alla mia storia».

La sua di missione era ed è quella di «Unire tre imperi: quello romano, quello vichingo e anche quello britannico», sotto il nome di un turismo che sia culturale, non politico «perché quando diventa politico non fa altro che aggiungere ricchezze alle fortune dei ricchi. Noi invece crediamo nel potere del riuso, più che del riciclo. E miliardi di libri usati sono il patrimonio più prezioso che il mondo abbia mai avuto».

Ce l’ha un po’ con tutti, Booth. Con l’industria dei media, con quella editoriale, con i magnati. Ma quando si indigna non ha tutti i torti «Oggi esiste questo termine “immediate bestseller”. Ma che cosa significa? Che con quel libro si fanno un sacco di soldi. Ma questo vuol dire davvero che c’è della qualità?».

Il suo spirito critico non ha mancato di suscitare una sorta di ribellione tra i suoi “sudditi”. Così qualche anno fa, nel 2009, la rivoluzione inglese di Hay-on-Wye si è tinta di rivoluzione francese con la simbolica decapitazione del suo re. Booth non l’ha presa troppo male: ha solo tempestato la città con volantini che indicavano che “I contadini si stavano ribellando”. A capitanare la rivolta, un ex dipendente di Booth, Paul Harris, gestore della libreria Oxford House Books, con l’ambizione neanche troppo velata di prendere il ruolo del suo ex mentore in città.

«Oggi esiste una divisione molto forte tra realtà urbane e rurali – continua Booth - È qui, in questi centri minori, che si sta mettendo in atto un’economia centrata sul riuso. Un po’ quello che i francesi chiamano “vide-grenier”. L’economia di questi centri è stata distrutta per concentrare le ricchezze nelle mani di pochi. Ma se i mass media ci dividono, i libri ci uniscono».

Fa una pausa, sembra perdersi nei ricordi. Poi declama «“Oh, East is East and West is West, and never the twain shall meet” scriveva Rudyard Kipling. Noi abbiamo dimostrato che si sbagliava. Perché tutti amano i libri. Se sei in pensione, visiti un’area rurale fatta di negozi chiusi e serrande abbassate, puoi rialzarle e riempire gli scaffali di libri. È una cosa naturale che succede in tutto il mondo. E io la guardo come una nuova economia internazionale per un nuovo mondo internazionale: una reazione contro le economie dei piccoli paesi che sono state distrutte. Continueremo con la battaglia: ho appena nominato un principe per continuare la mia battaglia quando morirò. Si chiama Prince Oliver».

Così parlò Richard Booth. Un libertario.


[Numero: 88]