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Perse una gamba a Waterloo e trovò i valdesi

È probabile che il maggiore John Charles Beckwith abbia dormito tranquillamente l’ultima notte prima di Waterloo.

La prospettiva di una battaglia non aveva certo il potere di preoccupare piu di tanto un ufficiale che, pur avendo solo 26 anni, militava nell’esercito inglese da 12 anni, impegnato nell’interminabile campagna sul continente per contenere e via via annullare l’espansione napoleonica.

Primogenito di 10 figli – 3 maschi e 7 femmine – di un magistrato inglese emigrato in Canada, Charles aveva lasciato la famiglia a 14 anni non ancora compiuti per raggiungere l’Inghilterra e arruolarsi. Seguiva cosi la tradizione di una famiglia militare da cui soltanto suo padre si era allontanato. Suo nonno e due zii avevano raggiunto il grado di generale e i suoi due fratelli moriranno – Henry in Canada nel 1847 e Sidney in Crimea nel 1854 – ambedue con il grado di tenente colonnello.

La carriera di Charles Beckwith era cominciata molto presto: sottotenente nel 1804 e tenente nel 1805, si era guadagnato il grado di capitano nel 1808 in Svezia, dopo aver partecipato alle campagne di Hannover e poi di Danimarca. L’anno seguente era passato agli ordini di sir Arthur Wellesley, piu tardi nominato duca di Wellington, nella lunga e sanguinosa campagna della penisola iberica. E ora, dopo il fulmineo ritorno di Napoleone dall’Elba, eccolo il 18 giugno 1815 a Waterloo. L’esito della battaglia fu incerto per tutto il giorno, con gravissime perdite da ambo le parti. Risolutivo fu l’arrivo dei prussiani del generale Blücher che costrinsero i francesi alla ritirata.

L’intensità della partecipazione del maggiore Beckwith è indicata dal fatto che ben quattro cavalli gli morirono sotto durante la battaglia. Beckwith non era mai stato ferito negli innumerevoli scontri precedenti e la stessa sorte di immunità sembrava accompagnarlo anche in quest’ultima battaglia, quando una cannonata dell’esercito francese in rotta gli fracassò la gamba sinistra sotto il ginocchio. Finiva così la carriera militare del valoroso soldato, con una medaglia d’argento, la promozione a tenente colonnello, la riduzione a mezza paga – a seguito della drastica riduzione dell’esercito inglese con la fine delle guerre napoleoniche – e una pensione di invalidità di 300 sterline annue per la perdita della gamba a Waterloo.

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Ma il senso di una vita amputata non poteva essere ritrovato soltanto con lo studio. Forse Beckwith lo ricercò in una lunga tournée e nella giovane repubblica statunitense; ma senza risultato. Poi, a un certo punto, la sua vita conobbe una svolta imprevedibile. Nel giugno del 1827 si trovò a far visita al suo vecchio comandante Wellington, nella residenza del duca a Hyde Park. Non potendo riceverlo immediatamente, il duca ordinò che fosse fatto accomodare nella biblioteca. Là , su un tavolo, erano posati alcuni libri di recente pubblicazione. Tra questi, Beckwith prese in mano il corposo resoconto di un viaggio tra i valdesi del Piemonte scritto dal rev. William Stephen Gilly, pastore anglicano, che diventerà canonico dell’importante cattedrale di Durham. Gilly aveva compiuto la sua “escursione” nel 1823 e di ritorno aveva pubblicato il suo resoconto. Nei brevi momenti dell’attesa, Beckwith fu attirato dallo stile vivace dello scritto, pieno di simpatia per quella popolazione protestante a lui del tutto sconosciuta. Tornando a casa, passò dal suo libraio e si procurò il libro che lesse con grandissimo interesse. Dopo altre ricerche, in autunno il Colonnello si mise in viaggio. Arrivò a Torre nelle condizioni più sfavorevoli, in mezzo a una pioggia torrenziale che colpì la valle per diversi giorni e gli impedì di conoscere qualcosa al di là della casa di Santa Margherita che lo ospitava, la casa del pastore di Torre, Pierre Bert. Ripartì dopo quattro giorni, non sappiamo se disgustato dal tempo inclemente o per un precedente progetto di svernamento nel Sud. Ma le con- versazioni avute con il pastore Bert, moderatore della Tavola ed esperto conoscitore della realtà valdese, furono determinanti. La sua vita era ormai segnata e un nuovo scopo avrebbe orientato il resto della sua esistenza.

Diversi anni dopo il Colonnello dalla gamba di legno, raccontando la sua vicenda, riconosceva che il motore della sua esistenza era stato in precedenza la sete di gloria militare. E aggiungeva: «Ma il buon Dio mi ha detto: “Altolà, briccone!”, e mi ha tagliato la gamba e credo che ne sarò tanto più felice».


[Numero: 88]