leggete e moltiplicatevi

Lutero e Mazzini nelle valli della libertà

Per fare un buon libro ci vuole acqua pura in abbondanza e un locale in luogo riservato preferibilmente con uscita di sicurezza.

Con l’acqua si macerano gli stracci, e non c’è carta migliore di quella fatta con gli stracci, mentre il locale serve per metterci un torchio e una bella scatola di caratteri, la riservatezza e la via di fuga sono indispensabili perché prima o poi, è matematico, a un editore vien voglia di pubblicare qualcosa che per il quieto vivere sarebbe meglio lasciar perdere.

Per queste ragioni, chi volesse appassionarsi dell’archeoeditoria deve prendere la strada dell’Alpe e dell’Appennino, indagare ravanando per gole e tratturi nel cuore di antiche enclave bandite e lungo gli incerti confini dei vecchi stati dove meno ovvie erano leggi e giurisdizioni; di più, tra le alte valli del Pinerolo e l’interiore della Lunigiana inciamperebbe nelle tracce ancora fresche dell’ultimo tratto della filiera paleoeditoriale, la gerla, il saccone, la bisaccia dei colporteur, i librai ambulanti. Montanari, che fossero di Angrogna o Montereggio, perlopiù illetterati che hanno imparato a leggere strada facendo, irregolari capaci solo di lavori irregolari, del genere affilare lame e riparare ombrelli, hanno durato per cinque secoli a caricarsi mezzo quintale di carta stampata in spalla per prendere la via del piano, delle fiere e delle cascine, dei crocchi e delle osterie, e diffondere tra il popolo sapere e insubordinazione, scienza e follia.

La loro merce erano romanzi di dame e cavalieri, lunari della semina e del raccolto, ballate illustrate e spartiti di canzoni, ricettari di medicina fai da te, storie di santi miracolosissimi e di assassini seriali.

E per la clientela più scelta dal doppiofondo cavavano fuori ritratti di Lutero e di Mazzini, pamphlet insurrezionali, manifesti carbonari e della Giovine Italia, e bibbie.

Tante bibbie, tantissime bibbie per secoli, l’articolo più ricercato. Perché gli ambulanti vendevano la Bibbia nella lingua del popolo, la Bibbia del Diodati, lucchese riformato dottore in teologia, la Bibbia proibita perché la puoi leggere per conto tuo e nel caso interrogarti e interrogare.

Ungaretti scrive dalla trincea sul Carso al suo amico Prezzolini “…sono qui con il mio Diodati…” perché non era necessario essere riformati per aver voglia di avere una bibbia in casa e leggerla, e allora bastava aspettare che passasse il montanaro con la gerla, fargli affilare il rasoio e intanto mettersi in tasca la libertà.


[Numero: 88]