1917 2017 le inutili stragi

Quando Bobbio scriveva: “Le guerre giuste esistono”

Mi ha addolorato, e anche un po’ stupito, la lettera che alcuni docenti dell’Università di Torino, tra i quali alcuni sono stati, ed essi stessi si dichiarano, miei allievi, hanno indirizzato ai giornali, per esprimere il loro dissenso rispetto alle opinioni da me esposte in una intervista alla televisione e chiarite in un’intervista al Corriere della Sera. Mi ha addolorato il dissenso sul caso specifico, il giudizio sulla guerra del Golfo, che per me è da considerare una guerra giusta, anzi un caso esemplare di guerra giusta, nel senso che viene dato a questo termine nel diritto, nel senso cioè che è giusta la guerra che, pur sempre come extrema ratio, ma in questo caso l’extrema ratio era evidente, si oppone a una guerra d’aggressione, in base al principio, che è morale ancor prima che giuridico, valido tanto nel diritto interno quanto nel diritto internazionale, secondo cui l’uso della forza è sempre illecito salvo nel caso in cui la forza è impiegata per rispondere alla forza altrui. Nel diritto internazionale questo principio è stato contestato come io stesso ho scritto più volte per il fatto che è difficile distinguere l’aggressore dall’aggredito: ogni Stato, infatti anche quando è aggressore, tende a prestare la propria aggressione come risposta anticipata a una possibile aggressione altrui, cioè come una difesa preventiva. Ma se c’è stato un caso in cui questo equivoco non poteva in alcun modo sorgere, era proprio quello dell’occupazione armata del Kuwait da parte dell’Iraq.

Ancor più mi ha addolorato il dissenso di tante persone che stimo e alle quali sono affezionato, essendo loro sfuggito che sia nell’intervista televisiva sia in quella giornalistica il tema della liceità della guerra era il tema secondario, di cui mi sono sbrigato nella prima parte, sostenendo che il giudizio sulla liceità della guerra, su cui si sono soffermati per lo più i cosiddetti «interventisti», da cui mi ero proposto di distinguermi, doveva essere integrato da quello sulla efficacia, col quale esprimevo l’opinione che per essere efficace una guerra, pur lecita in linea di principio, deve essere limitata nello spazio, cioè non oltrepassare il teatro delle operazioni in cui era cominciata, e nel tempo, cioè rapida. Già la prima condizione non si è avverata con l’attacco dell’Iraq a Israele. Il che ci pone in uno stato di turbamento, e di vera e propria angoscia, di fronte agli imprevedibili sviluppi della guerra appena cominciata. La sorpresa invece è derivata dall’affermazione che «per principio non esistono guerre giuste». Ho affermato più volte anch’io che di fronte alla guerra atomica probabilmente non è più possibile distinguere guerre giuste e guerre ingiuste, perché cade la possibilità di contrapporre la guerra di difesa alla guerra di offesa. Ma nelle guerre tradizionali, la distinzione essendo possibile, e nel caso dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, è certa, continua a esistere. Del resto, lo stesso Statuto delle Nazioni Unite, che pur sono nate con lo scopo principale di garantire una pace stabile, prevede come lecita la guerra di legittima difesa, e in alcuni articoli fondamentali stabilisce addirittura la formazione di forze armate (armate!) per prendere misure militari urgenti atte a ristabilire l’ordine internazionale.

Tanto maggiore lo stupore in quanto molti o forse tutti i firmatari della lettera s’ispirano agli ideali della Resistenza che ben a ragione fu chiamata «guerra» di liberazione. Anche la guerra di liberazione era ingiusta?


[Numero: 87]