1917 2017 le inutili stragi

Pio XII, un eccesso diplomatico: non capì il salto di qualità

La definizione di «inutile strage», pronunciata da Benedetto XV il primo agosto del 1917 contro la guerra in corso, è rimasta come l’epitome, la sintesi più efficace dell’atteggiamento della Chiesa cattolica contro la guerra in generale.

È una generalizzazione legittima? Sì, ma con qualche cautela, per amore della verità storica, che è sempre più complessa, ma anche più istruttiva delle grandi frasi, ripetute come un oracolo fuori dalla storia. Questo va detto, senza nulla togliere alla lungimiranza e alla determinazione di papa Benedetto XV.

La domanda è allora: perché il pontefice non è stato ascoltato? Perché al contrario si è trovato esposto alle critiche non solo dei vari governi, ma di gruppi consistenti e anche qualificati di credenti, soprattutto in Francia e in Italia? In realtà la sua non era semplicemente una voce saggia solitaria in un mondo impazzito. Quella frase era uno dei passaggi finali di un testo articolato, in cui il pontefice avanzava proposte di compromesso e di conciliazione tra le nazioni in conflitto, ipotesi risolutive proiettate nel futuro. Insomma era un testo politico - nel senso più alto del termine.

Ma le reazioni furono in grandissima parte negative. Basti dire che nella (cattolica) Francia il papa fu denunciato come «il papa crucco», in Germania fu definito «il papa francese» e in Italia non mancò chi ne parlò come «Maledetto XV». Non a torto George Bernard Shaw osservò che sarebbe stato meglio chiudere le chiese, piuttosto che lasciare che in esse si continuasse a pregare per l’annientamento del nemico.

Senza entrare qui nei dettagli, dobbiamo prendere atto di due fattori storici: il Vaticano veniva percepito e giudicato dai governi e dalle forze politico-sociali che li sostenevano,con criteri di opportunità/opportunismo politico. E tali criteri erano accettati dalla massa dei credenti che non condivideva il punto di vista della Santa Sede.

La prima guerra mondiale è dominata da sentimenti patriottici che assumono rapidamente caratteri di nazionalismo estremo, conculcando più o meno violentemente atteggiamenti alternativi, (pacifici se non «pacifisti»); in seguito quei nazionalismi avrebbero acquistato dimensioni ideologiche ancor più totalizzanti con i fascismi e i comunismi - segnando a fondo la seconda guerra mondiale . In breve, in tutta la prima parte del XX secolo l’atteggiamento religioso non ha avuto un ruolo decisivo nel determinare il consenso (o l’adesione più o men passiva, come in Italia) alle decisioni di guerra dei governi.

Una situazione apparentemente analoga a quella della prima guerra mondiale si registra nel 1939-40, sotto il pontificato, appena iniziato, di papa Pacelli. All’approssimarsi dello scoppio della guerra e soprattutto dopo l’aggressione tedesca alla Polonia, Pio XII interviene condannando quello che sta accadendo. I toni sono accorati ma soprattutto connotati da motivi religiosi. Qualche critico ostile a Pacelli e al suo vero o presunto filotedeschismo, ha parlato di illusione di risparmiare il nazionalsocialismo, attribuendogli una decisiva funzione nella crociata anticomunista.

Ma quanto accade in Polonia fa venire alla luce poco alla volta in tutte le sue orrende dimensioni il fenomeno inimmaginabile dell’ Olocausto. Di fronte ad esso papa Pacelli sembra aver reagito in maniera troppo cauta, atteggiamento che è stato ed è tuttora motivo di aspre polemiche e contropolemiche.

Da molti segnali sembra che il papa sapesse quello che stava realmente accadendo, ma preferisse tacere. Perché? Temeva rappresaglie da parte tedesca contro la chiesa come istituzione e contro le sue organizzazioni?

Non è questa la sede per approfondire questa pesante problematica anche se è direttamente legata alla qualità della guerra in atto. È come se Pacelli non cogliesse il salto assoluto di qualità della violenza in atto contro gli ebrei (e altre minoranze) e fosse guidato da una prudenza diplomatica assolutamente fuori luogo di contro alla necessità di una testimonianza religiosa radicale («profetica», come si ama dire).

Oggi la situazione segnala un altro salto di qualità nella violenza bellica? Quella che papa Francesco denuncia come «terza guerra mondiale a pezzi»? È una definizione suggestiva, tipica dello stile espressivo di Bergoglio. Ma anche qui occorre andare più a fondo. Guerra «a pezzi» può significare diffusa geograficamente in molte regioni mondiali, ma tenace e caratterizzata da tratti simili o comuni quanto alle cause e soprattutto quanto alle conseguenze, che colpiscono soprattutto le popolazioni inermi. Innescando, tra l’altro, il drammatico fenomeno della migrazione.

È anche una guerra in cui l’elemento del «terrore» diventa sistematico e con una intensità mai registrata storicamente, sia che venga imputata direttamente ad una fonte precisa (il terrorismo Isis e le sue ramificazioni) o sia intrinseca al tipo di violenza praticata e al tipo di armamenti usati. Non da ultimo tale guerra - in forma di terrorismo - coinvolge anche le grandi nazioni occidentali accusate di esserne direttamente e indirettamente la causa remota e prossima. Un circolo vizioso che si chiude su se stesso.

Siamo alla domanda finale. La denuncia di papa Bergoglio ottiene qualche risultato tangibile? Temo che la risposta sia negativa. «L’inutile strage» prosegue sotto altre forme inimmaginate.


[Numero: 87]