1917 2017 le inutili stragi

Nella casa per anziani di Homs: «Tengo la guerra fuori dalla port»

SUor Valentina Sakker in un ritratto di Dariush Radpour

«Quando mi arrabbio, vengo qui e tutto passa», dice Suor Valentina, mentre raccoglie, con premura, i boccioli bianchi di gelsomino. Il giardino della Casa evangelica per gli anziani di Homs è un’oasi di pace. I roseti e le zagare in fiore inebriano l’aria. Per un istante, il grigiore, la polvere e la distruzione circostante sembrano svanire. «Prima era una foresta ma adesso guardate quanta meraviglia».  

Suor Valentina Sakker, classe 1931, è la direttrice del Centro evangelico per la cura degli anziani, fondato negli Anni 80 da un prete presbiteriano e oggi gestito insieme dall’Ordine delle Sorelle cattoliche del Sacro Cuore e dalle Chiese luterane. È sempre suor Valentina a versare la sua acqua di rose e offrirla alla delegazione della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), in missione a Homs. «Mi raccomando, annusate fino in fondo», esorta la Suora, «Sentirete degli aromi d’arancio».  

 

Suor Valentina non si ferma un attimo. Raccoglie i fiori, pota la magnolia, controlla la cucina, apparecchia la tavola e visita i «suoi» pazienti, molto più giovani di lei. A 85 anni, neanche la guerra l’ha fermata. Ha resistito dal 2012 fino a oggi, accudendo gli anziani all’interno della casa di riposo, situata lungo uno dei fronti contesi tra gli oppositori e l’esercito siriano, nel quartiere di Bab As Sibaa’.  

«Volevano [il regime e i ribelli] che ce ne andassimo, così potevano combattere da questo edificio ma io gli ho detto che non l’avrei lasciato per nessuna ragione», racconta, accennando un sorriso.  

 

A febbraio 2012 quando tutto era chiuso e bloccato, l’esercito governativo aveva occupato la scuola adiacente alla casa di riposo mentre le vie erano presidiate dagli uomini del Free Syrian Army (Fsa). Pochi mesi dopo, a maggio, gli scontri tra il regime siriano e il Free Syrian Army si sono intensificati sempre più, coinvolgendo anche il Centro per gli anziani. «Una volta i miliziani sono venuti dentro l’edificio e hanno sparato un Rpg [lanciarazzi russo] verso le postazioni del regime», ricorda. «Allora il regime ha iniziato a sparare contro la nostra struttura, uccidendo una nostra sorella. Noi non appoggiavamo nessuno, noi facevamo solo il nostro dovere, servendo i bisognosi e gli anziani», racconta la suora mentre innaffia le rose nel giardino.  

 

Gli ospiti della casa di riposo, musulmani e cristiani senza distinzione, venivano nascosti nei corridoi per proteggerli dai proiettili sparati da entrambe le postazioni. «Sono stati giorni difficili ma alcuni si sono già dimenticati», dice ironicamente la Suora riferendosi ai malati di Alzheimer. E poi confessa con una smorfia soddisfatta: «Bisognava conquistare tutti per difendere gli anziani e proteggere questa casa. Da una parte c’era l’esercito che occupava la scuola. Dall’altra c’erano gli oppositori. Se loro mi chiedevano cibo o tè, io glielo davo. Erano sempre i ragazzi del quartiere. Conoscevano la nostra chiesa, la scuola», rammenta la Religiosa. «Se avevo bisogno di qualcosa questi giovani musulmani mi aiutavano. Quando è stata uccisa suor Cristina, io ho ordinato al Fsa di portarmi il ghiaccio perché non c’era elettricità e non c’era nessuna possibilità di seppellire i corpi poiché fuori continuavano a spararsi. Dovevamo conservare il corpo in qualche modo e loro me l’hanno portato», dice.  

 

Suor Valentina è una donna tenace e instancabile. Scorrazza da una stanza a un’altra affaccendata. Mentre gli ospiti visitano la struttura, lei sale le scale, somministra le medicine e controlla le dispense dei farmaci con le infermiere. «Mancano pannolini, farmaci, sedie a rotelle a causa dell’embargo», lamenta «ma in qualche modo ce la faremo».  

 

I sette anni di guerra, i crimini commessi da entrambe le parti, lo stravolgimento del tessuto sociale del paese che, oltre alle centinaia di migliaia di morti e feriti, conta circa 7 milioni di rifugiati all’estero e un numero imprecisato di sfollati interni e di persone scomparse, insieme alla fuga di un grande numero di giovani che si rifugiano all’estero per sfuggire al servizio militare obbligatorio, rendono il futuro della Siria estremamente opaco. A tutto questo vanno aggiunte le emergenze derivanti dall’embargo, che impedisce e ostacola l’ingresso di medicinali, attrezzature sanitarie, pezzi di ricambio e che, di fatto, più che il governo, colpisce la popolazione civile. Nella cappella della casa di riposo, cattolici e protestanti pregano insieme. «Abbiamo lavorato e operiamo insieme, fianco a fianco per aiutare il maggior numero di persone», dice la suora. E sulla guerra lei non ha nessun dubbio. «Sono un’infermiera, non ho mai avuto paura quando ho lavorato con i malati di tubercolosi, come potevo aver paura della guerra?».  

 

*Giornalista freelance, lavora a Beirut. Collabora con Al Jazeera English, Christian Science Monitor e diverse testate italiane, tra cui La Stampa  


[Numero: 87]