1917 2017 le inutili stragi

Codardi o ribelli riabilitarli è impossibile

La Grande Guerra fu una stagione di orrore e di sangue. Le dieci grandi offensive sull’Isonzo, susseguitesi per tutto il 1916 e 1917, si erano risolte ogni volta con decine di migliaia di morti inutili. E accadeva non solo in Italia. Comprensibilmente, tutti i soldati cominciarono a sbandare. Ci furono tanti episodi di rivolta, ammutinamento, diserzione. Sul fronte francese addirittura vi fu una “tregua di Natale” autodichiarata da soldati che fraternizzarono attraverso le trincee nonostante le minacce e la rabbia dei loro ufficiali. Il comando supremo italiano, in capo al generale Luigi Cadorna, dopo i primi episodi di indisciplina, nel novembre 1916 emanava una circolare che invitava i comandanti delle Armate a fucilare senza pietà, cancellando le “attenuanti generiche” per i reati militari, e ripristinando le decimazioni. Si calcola che ci siano stati almeno un migliaio di condannati a morte durante la Grande Guerra, senza contare le innumerevoli esecuzioni sommarie che i comandanti di reparto fecero impartire «in flagranza di codardia» di fronte al nemico. Un paio di anni fa la Camera, su impulso del deputato Gianpiero Scanu, Pd, aveva votato un provvedimento di “riabilitazione” per i militari italiani morti di fucilazione. «Ma una riabilitazione, nel senso tecnico-giuridico, non può essere», precisa il procuratore militare di Roma, Marco De Paolis.  

 

Ci spiega, procuratore, perché quegli uomini non si possono riabilitare?  

«Guardi, avendo partecipato a una commissione tecnica del ministero della Difesa, presieduta dall’ex ministro Arturo Parisi, abbiamo verificato che giuridicamente la “riabilitazione” non è praticabile perché occorrono due condizioni che ahimè non si possono più realizzare: primo, che il condannato personalmente faccia istanza di revisione del processo (ma essendo stato condannato a morte, è il tipico caso in cui non si torna più indietro); secondo, che il “riabilitato” possa beneficiare nella sua vita della nuova posizione (e come sopra non è questo il caso). La “riabilitazione”, insomma, è un procedimento interno al processo. Ma quando esso si conclude con un’esecuzione capitale, il procedimento termina irrevocabilmente. Lo stesso identico ragionamento vale in Francia, Gran Bretagna, Germania. Altrove hanno fatto dei gesti simbolici, di perdono collettivo, provvedimenti presi su un piano morale, non atti ad effetto giuridico». 

 

Neanche se fossero le famiglie a fare istanza in vece del condannato?  

«La risposta non cambia. E poi significherebbe riaprire il processo, un secolo dopo, andando a riesaminare le testimonianze... Non nego che si troverebbero sicuramente sentenze sbagliate. Ma sarebbe un lavoro immenso quanto inutile ai fini concreti».  

 

Ma non pensa che quella fosse una giustizia sommamente ingiusta? Come funzionavano le cose nell’estate del 1917, alla vigilia dell’appello del Pontefice Benedetto XV contro la «inutile strage»?  

«All’epoca per i soldati vigeva il codice penale dell’esercito promulgato nel 1869. Indubbiamente un codice di estrema severità. Essendo in guerra, erano stati predisposti i tribunali militari straordinari, decentrati presso i diversi corpi di armata, composti da 6 ufficiali superiori. Per tutti i reati gravi, la pena era sempre la morte: diserzione, insubordinazione, rivolta, ammutinamento, codardia. D’altra parte bisogna calarsi nello spirito dei tempi. Grandi masse di uomini, che fino al giorno prima facevano i contadini o gli operai, erano stati richiamati alle armi e mandati a combattere. Uno choc perché da secoli gli eserciti erano di professione, non di leva. Tutte le innovazioni della rivoluzione industriale, poi, erano state piegate ai nuovi armamenti. Ed erano arrivate le mitragliatrici, i cannoni a lunga gittata, i reticolati. Possiamo solo immaginare che cosa fosse trovarsi al fronte. Anzi, no. Io credo che oggi non possiamo immaginarlo più».  

 

Eppure sappiamo che finire sotto un bombardamento può produrre effetti psichici che a quel tempo non erano ancora stati codificati. La sindrome da stress post-traumatico, ad esempio. Non tutto può essere catalogato come codardia.  

«È vero. Ma dobbiamo anche calarci nei tempi. Tutto è cambiato rispetto a un secolo fa. L’uomo era abituato a certe fatiche che oggi non esistono più. Anche agli stress. Anche al rapporto gerarchico. È evidente che era terribile trovarsi per giorni sotto il bombardamento di artiglieria e poi combattere alla baionetta. Eppure è quello che hanno fatto milioni di uomini». 

 

Intende dire che equiparare i morti in combattimento con i morti per fucilazione può essere considerato un vilipendio alla memoria di quelli che hanno obbedito agli ordini, pure i più pazzoidi, rispetto a chi non l’ha fatto?  

«Certo, anche questo va considerato. Vede, tra i condannati per diserzione ci sarà stato chi è scappato davanti al nemico e magari con il suo gesto ha minato la coesione di un reparto. E se la fuga di alcuni ha fatto travolgere una trincea, quanti morti tra i commilitoni può avere causato? Il comando supremo aveva la assoluta necessità di mantenere la disciplina. Dico ciò senza perdere di vista il fatto che molti sono morti fucilati per eccesso di rigore, per sentenza sbagliate, o per prove mal considerate». 

 

La pena di morte, per fortuna, non c’è più...  

«Dal nostro codice militare è stata abrogata nel 1994, ai tempi del primo governo Berlusconi. La Costituzione è stata emendata al riguardo nel 2007». 

 

Quando lei è entrato nella magistratura militare, però, era ancora una pena prevista.  

«Non nascondo che ai tempi del concorso quella pena di morte mi aveva creato un problema morale. Io cattolico, mi trovavo a dover esaminare una eventualità che, seppure remota, era scritta nei codici. Quando la fucilazione è stata abolita, ho tirato un gran sospiro di sollievo. Perché io comprendo che in situazioni di emergenza quale è una guerra, che è l’emergenza massima, occorre la massima disciplina. In ogni situazione di crisi, anche quelle più banali, è necessario che tutti mantengano la calma e facciano il proprio dovere, pena la rovina di tutto e di tutti. In certe situazioni è necessaria una risposta energica; pensiamo allo schiaffo in faccia per chi cade in una crisi isterica. Ma se penso all’insegnamento del Papa, mi sembra si possa dire che la guerra è sommamente ingiusta in sé, e che quindi tutte le morti sono ingiuste, sia di chi ha fatto bene, e il cui sacrificio ci consente di essere qui in libertà e in pace, sia di chi ha sbagliato, o magari perché qualcuno ha sbagliato per loro. Penso che dobbiamo riconoscenza a tutti».  

 


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