1917 2017 le inutili stragi

Il sergente è innocente: signor generale, fucilate me

Da poco era cessata l’azione e il battaglione ribelle, formando coi quattro plotoni un quadrato in mezzo alla valle, aspettava la sorte. Un gruppo di generali, attorniato da ufficiali di ogni arma, discutevan tra loro, e dall’altra parte un plotone di fanti sostava a una ventina di metri da un muro bianco tutto smerlato in cima dai colpi di cannone.

Il trovarmi spettatore di un simile avvenimento non era punto piacevole, ma il caso aveva voluto mettermi davanti la scena e, se il disgusto mi consigliava ad andarmene, la curiosità, più forte, mi forzava a rimanere.

In mezzo al quadrato dei fanti si svolge intanto la tragica pesca dei nomi destinati alla morte, che la mano tremante di un compagno tira su da un berretto ripieno di foglietti piegati. Ognuno di essi contiene una vita e c’è anche quella del fante estrattore, che pallido in volto attende ogni volta, col cuore a strapiombo, sia letta dall’ufficiale lì accanto la triste sentenza.

Al suono di un nome, i fanti si guardano in faccia l’un l’altro, e stupiti, sorpresi, come fossero increduli, rivolsero gli occhi in un punto dei ranghi, per rendersi conto se proprio quel nome colpisse il destino di un caro compagno, il sergente più amato da tutti e tra tutti. E infatti era lui, e uscì dalle righe recandosi, dritto, solenne, come a prendere un premio, nella fila con gli altri, nei pressi del muro che pareva divenir più bianco.

Ancora dei sorteggiamenti, e in tutti una ventina, chiusi nel loro dolore, senza un minimo di speranza apparivano, a chi li guardasse, come gente già morta. Seppi accader tutto ciò perché il battaglione, ammutinatosi in tempo di battaglia, non aveva voluto combattere.

Ma la colpa non era che di qualche elemento più torbido e gli altri, purtroppo, ci s’erano trovati loro malgrado. In specie il sergente, che durante l’azione e in tutte le precedenti, comportandosi sempre da bravo soldato, s’era più volte meritato degli encomi solenni e una promozione per merito di guerra. E ora era là, per pagar con la vita il peccato non suo. Ma il suo volto sereno pareva sfidare la morte e fissando negli occhi l’ufficiale recatosi a chiedergli l’ultimo suo desiderio, rispose: «Che Dio vi perdoni».

A questa frase, che tutti intesero dato il grande silenzio fattosi tutt’intorno, un aspirante, il comandante il plotone al quale apparteneva il sergente, tagliato che ebbe con un colpo di tosse il singhiozzo che gli serrava la gola, staccandosi dai ranghi, camminando spedito, andò a piantarsi sull’attenti davanti al giudice in capo, il comandante del Corpo d’Armata. Salutatolo che l’ebbe in tutta regola, ispirato profondamente a quanto la coscienza gli dettava, disse: «Eccellenza, il sergente che la sorte vorrebbe sacrificare, è alle mie dipendenze e posso giurare, sul mio onore di soldato, che egli è innocente e chiedo a Voi, che potete disporre, di mandarmi alla morte in sua vece»... Un tal gesto sorprese e commosse il generale, che guardato negli occhi il suo interlocutore, gli ordinò di tornarsene al posto. I soldati piangevano tutti... Uno scambio di pareri nel gruppo dei giudici e la decisione fu gridata, seguita da un discorso del generale stesso: «Sia sospesa l’esecuzione e vada la vostra e la nostra riconoscenza al generoso ufficiale che col suo gesto ha riscattata la vita di venti compagni. E un simile esempio vi serva di lezione».


[Numero: 87]